Democrazia Futura. Presentazione, questo numero

Presentiamo oggi i contenuti dei quasi cento contributi che compongono il numero doppio, ovvero il settimo fascicolo di Democrazia futura, II (6-7), aprile-settembre 2022. 

Primo Tomo

La prima parte del numero doppio Sei-Sette di Democrazia futura si propone di affrontare I nuovi equilibri mondiali dopo la guerra calda in Ucraina: le conseguenze dell’invasione russa e della reazione ucraina con il supporto dell’Occidente”. Suddivisa in tre sezioni come nel caso del numero cinque, a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, costituisce la parte essenziale di questo fascicolo comprendente articoli scritti in primavera, estate e nella prima metà d’autunno 2022.

In apertura  Bruno Somalvico, nella sua veste di Direttore editoriale della rivista, nel suo editoriale “Italia futura: istruzioni per l’uso”[1], partendo dal quadro politico emerso il 25 settembre u.s., osserva come  “le elezioni per la XIX Legislatura potrebbero segnare malgrado tutto uno spartiacque e l’avvio di un processo Costituente teso a definire nuove regole a 75 anni dall’approvazione della nostra Costituzione” e ciò al fine soprattutto di realizzare davvero una democrazia dell’alternanza nel quadro di una nuova stagione dell’Italia repubblicana. 

Storie di geopolitica: Mondo

La diplomazia mondiale di fronte all’escalation militare e al protrarsi del conflitto russo-ucraino. I rischi di un allargamento dopo la svolta impressa da Vladimir Putin           

Questa prima sezione inizia con una rassegna, di Giampiero Gramaglia, giornalista, già direttore di Democrazia futura, delle dichiarazioni rilasciate dai leader del mondo che si confrontano (e si scontrano) sul tema del conflitto in Ucraina. “La guerra in Ucraina a sei mesi dall’avvio e forse ad una svolta” è diviso in sei parti, ciascuna scritta in una diversa fase del conflitto, a partire da luglio 2022 fino ad ottobre[2]. Il filo rosso che si dipana nel corso della narrazione, attraverso vertici internazionali, riunioni di governo, tweet e dichiarazioni rese alla stampa, accuse reciproche e controinformazione, lascia intendere che, malgrado tutte le buone intenzioni di certi (forse ancora troppo pochi) attori internazionali, il caos non accenna a lasciare spazio a una seria trattativa. Forse solo l’atteggiamento compatto degli alleati della Nato e un risultato chiaro nelle elezioni di medio termine negli Stati Uniti d’America potranno aggiungere qualche possibilità al dialogo fra le due superpotenze. Sarà una vera svolta?

Un’altra domanda se la pone fin dal titolo dell’articolo il direttore di Video Age International Dom Serafini: “Un italiano alla guida degli Stati Uniti d’America?”[3] La sfida al momento potrebbe vertere fra due candidati entrambi repubblicani: l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’attuale governatore della Florida Ronald Dion DeSantis, detto Ron. Se è vero che alcuni media conservatori guardano con favore al superamento della leadership di Donald Trump, allo stesso tempo, per chi osserva i fatti dall’Italia, non può non essere notato che nessun nordamericano di origine italiana è finora riuscito anche solo a risultare il candidato ufficiale di uno dei due grandi partiti. La strada è forse ancora lunga.

Giampiero Gramaglia rimane nel continente americano spostandosi tuttavia nella parte meridionale: “In Brasile Lula eletto presidente, ma Bolsonaro non ci sta”[4]. Si temeva uno scenario trumpiano per l’eventuale sconfitta al ballottaggio dell’attuale presidente in carica, ma così fortunatamente (almeno per ora) non sembra essere stato. Pur non sono mancate ambigue sortite di Bolsonaro e di alcuni suoi parlamentari, ma le autorità nel complesso hanno agito nel rispetto della costituzione impendendo che si verificassero scontri, soprattutto nella capitale federale. Sorprende comunque il risultato ottenuto da Inácio Lula da Silva, settantaseienne dato per politicamente defunto fino a pochi anni fa. Ma il cammino è ancora lungo, in una realtà di 210 milioni di abitanti dove l’elezione del “nuovo” presidente è stata ottenuta con uno scarto minimo e dove il bolsonarismo, stando al quotidiano paulista Folha de São Paulo, è ormai un fenomeno politico consolidato in tutto il Paese.

Sullo stesso argomento Michele Mezza, giornalista docente all’Università Federico II di Napoli. in “La vittoria di Lula in un Paese con due popoli”[5] illustra, con l’aiuto di Wasmalia Bivar, ex presidente dell’istituto nazionale di statistica brasiliano, le ragioni di una spaccatura così netta del voto nel gigante sudamericano. Il dato dell’indice Gini sulle diseguaglianze mostra una realtà in controtendenza rispetto agli anni delle presidenze legate al Partido dos Trabalhadores, tuttavia, malgrado la pessima gestione della pandemia e le diseguaglianze crescenti, è emerso un ceto ampio e variegato favorevole alla deregolamentazione bolsonarista, lobby agricole e minerarie in primis, che sembrano prosperare nel modello economico emerso in Brasile per iniziativa di Bolsonaro. Con la scomparsa del ministero della Cultura decretata dal presidente uscente appare ancora più difficile immagine come ricucire la spaccatura creatasi nella società del gigante lusofono.

Giulio Ferlazzo Ciano, dottore di ricerca in storia contemporanea rimane nel continente americano, spostandosi tuttavia alla sua estremità meridionale, nel Cile, per analizzare il risultato del referendum costituzionale che avrebbe dovuto dare al Paese una nuova carta fondamentale basata su valori democratici e liberali, sostituendo il vecchio testo emendato risalente ancora alla dittatura di Pinochet. “Cile: una costituzione piena di incognite, anche per noi europei”[6]. Le incognite, secondo l’autore, sono date dallo spostamento del baricentro delle formazioni politiche di sinistra, soprattutto laddove i quadri dirigenziali di questi partiti risultano rinnovati sul piano generazionale, su valori che vertono quasi essenzialmente sulla difesa di diritti non essenziali e, primariamente, dei diritti cosiddetti LGBT+. La Convenzione Costituzionale, una delle più giovani di sempre per l’età media dei suoi membri ed estremamente equilibrata dal punto di vista della parità di genere, ha prodotto una carta che, per le sue evidenti manchevolezze e prese di posizione radicali, anche in un ambito molto delicato come l’autonomia giuridica e territoriale per le comunità native, ha generato un’ondata di rigetto persino da parte di quella maggioranza di cileni che, appena due anni fa, si era battuta per ottenere la convocazione di un’assemblea che riscrivesse la costituzione. Tale risultato rappresenta un avvertimento e una lezione per i futuri governanti progressisti europei e nordamericani da prendere in seria considerazione.

Torna poi Giampiero Gramaglia con un articolo su “Il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan e le contromisure del nuovo blocco orientale”[7], dedicato agli sviluppi complicati delle relazioni sino-statunitensi soffermandosi dapprima sul viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan, nella notte fra il 2 e il 3 agosto 2022. Recita l’occhiello: “verso il raggiungimento di un’intesa fra Pechino, Mosca e Teheran nel momento di maggiore attrito con Washington?” Stando all’autore le probabilità che ciò avvenga non vanno sottovalutate, tanto più che al momento gli Stati Uniti d’America sono già alle prese con una crisi europea, il conflitto russo-ucraino, che da solo assorbe gli sforzi della presidenza di Joe Biden. E tanto più che la dura reazione cinese allo sbarco notturno della speaker della Camera nell’isola ritenuta “ribelle” dai vertici della Cina Popolare non lasciano intendere nulla di buono per il futuro delle relazioni sino-americane. Come se non bastasse, una delegazione del Congresso statunitense si è recata alcuni giorni dopo (14 agosto 2022) a Taipei, irritando ulteriormente i vertici della Repubblica Popolare[8]. Il decano della diplomazia nordamericana, Henry Kissinger, mette in guardia di non accelerare la crisi, sebbene in tutto questo la Casa Bianca non abbia colpa, essendo noto infatti che il presidente Biden abbia tentato di scoraggiare la sortita di Pelosi e, d’altra parte, nulla un presidente degli Stati Uniti può contro una libera iniziativa del Congresso. Non si vede sereno in tutto questo: l’invasione cinese di Taiwan è sempre più plausibile.

Di nuovo Michele Mezza in “Innovare l’innovazione per poterla governare: il Congresso del PCC apre la competizione sui microchip”[9] indica un’inedita lettura dei rapporti di forza fra Pechino e Taipei all’insegna dell’innovazione tecnologica. Com’è noto in materia di semiconduttori la Repubblica Popolare cinese accusa un grave ritardo nei confronti dell’Occidente. Taiwan invece, come si sa, è diventata la fabbrica globale dei microchip ad elevate prestazioni mentre è forse meno noto che Xi Jinping ha preteso di essere indicato come guida della strategia informatica della Repubblica Popolare Cinese, conscio che il primato globale per la Cina si gioca sull’autonomia del Paese nello sviluppo tecnologico. Xi è costretto a innovare costantemente l’innovazione per garantire entro vent’anni tale primato alla Cina, ma allo stesso tempo l’isola “ribelle” con il suo primato industriale si frappone a tale ambizione. Come si risolverà il grande gioco lo scopriremo presto.

Cecilia Clementel-Jones, psichiatra e psicoterapeuta, esamina una delle conseguenze del nuovo conflitto ucraino russo, affrontando in “Una strada lastricata di buone intenzioni: elettricità, gas ed energie rinnovabili”[10] le conseguenze della guerra energetica. Se già nell’occhiello l’autrice sostiene che, riguardo all’aumento esponenziale dei costi dell’energia, vi sono ragioni “perché non possiamo attribuire tutta la colpa a Vladimir Putin”, l’articolo va a colpire in modo più dettagliato i nodi gordiani della finanzia speculativa e dell’ingegneria finanziaria che, come una camicia di forza, ha stritolato il continente europeo e i Paesi dell’Unione europea facendo esplodere le contraddizioni di un mercato frutto della deregolamentazione liberista e della privatizzazione degli ex monopoli pubblici dell’energia. Sottoposti come siamo alle assurde (e a ragion veduta, come bene è spiegato nel testo) fluttuazioni del mercato del gas presso l’ormai famigerato Ttf di Amsterdam, è come se l’Unione Europea si fosse auto-sabotata per conto di Mosca. L’autrice auspica che il mercato venga aperto solo a coloro che distribuiscono il gas e non agli speculatori che fanno capo alla disarticolata e opaca filiera dei futures.

Arturo Di Corinto in “La guerra in Ucraina è anche sul web”[11] denuncia lo spettro che si aggira da tempo fra tutti noi: lo spettro degli attacchi cibernetici. La guerra cibernetica, o cyber-war, è uno degli aspetti più evidenti di questo conflitto. Già dal 2014 era un elemento cardine della prima operazione russa contro l’Ucraina (annessione della Crimea e creazione delle due repubbliche separatiste nel Donbass). Un elemento che non possiamo più permetterci di ignorare perché rischia di avere serie ripercussioni sulla tenuta di quegli Stati, fra i quali l’Italia, che stanno offrendo sostegno all’Ucraina. Il rischio di attacchi informatici contro le strutture di erogazione di acqua ed energia elettrica, contro le linee ferroviarie e i servizi essenziali va di pari passo con quasi quotidiane infiltrazione dei pirati informatici governativi russi (o loro emanazioni), oltre che nei computer e nelle infrastrutture informatiche, anche nella vita di tutti i giorni, attraverso operazioni di spionaggio e controinformazione, queste ultime compiute principalmente attraverso lo strumento delle cosiddette Misure Attive, in grado di disorientare le opinione pubbliche con l’uso di semplici bot e troll. Secondo Di Corinto «la rivoluzione digitale ha alterato profondamente le basi della disinformazione. L’internet culture dell’hack and leak (ossia hackera e diffondi/fai trapelare), dello steal and publish (ossia ruba e pubblica) ha creato la copertura perfetta per la disinformazione dietro la difesa della libertà d’espressione». La guerra cibernetica, infatti, è ecumenica e fa uso di tutto quanto possa alterare il corso degli eventi servendosi di strumenti informatici o digitali, dai droni, ai computer. È la nuova dimensione dei conflitti, nonché della loro fase preparatoria, che sempre più assumerà importanza nelle crisi geopolitiche del futuro.

Conclude gli interventi di questa sezione Michele Mezza, il quale in “Elon Musk e l’Ucraina, tra globalismo e nazionalismo”[12] si domanda cosa nasconda il tentativo fallito, da parte di Musk, di mediare fra Volodymyr Zelenskyj e Vladimir Putin. La postura napoleonica di un egocentrico inteso a giocare la sua partita personale fra le due superpotenze (impegnandosi peraltro sul campo con i suoi satelliti Starlink), oppure un gioco di ombre promosso da Washington per mitigare le ormai quasi settimanali pretese al rialzo del presidente ucraino per accettare di sedersi al tavolo della pace? Quale che sia la verità, una delle due, nessuna o un’altra ancora, una cosa è certa: l’Europa sta a guardare silente e l’Italia non è da meno.

Storie di geopolitica: Europa

Gorbaciov, l’Europa e la Casa Comune tra speranze, illusioni e incomprensioni

La prima sottosezione annovera una serie di articoli in memoria dell’ultimo segretario generale del PCUS, Michail Sergeevič Gorbačëv, deceduto lo scorso 30 agosto 2022. Giampiero Gramaglia in “Gorbaciov e l’Europa: una richiesta d’aiuto e una risposta gretta”[13] rievoca la visita dell’allora presidente della Commissione europea, Jacques Delors, presso il leader sovietico (luglio 1990), il quale gli rivolse una richiesta accorata di assistenza economica, ricevendo in cambio una risposta elusiva ed insufficiente che probabilmente accelerò il processo di disgregazione politica ed economica dell’ex spazio russo-sovietico. Si domanda legittimamente Gramaglia: «se l’Occidente fosse stato meno gretto di fronte alla richiesta di aiuto fatta da Gorbaciov a Delors nell’estate 1990, forse la Russia non avrebbe vissuto la Grande Depressione degli anni Novanta e non si sarebbe affacciata al XXI secolo con la voglia di rivalsa e l’aggressivo nazionalismo che ora la anima».

Prosegue Massimo De Angelis, condirettore di Democrazia futura, con una testimonianza diretta, data dall’aver preso parte alla delegazione del PCI, allora guidato da Achille Occhetto, giunta a Mosca nell’inverno del 1989 per incontrare il segretario del PCUS. In “Mikhail Sergeevic Gorbaciov, o del ‘fantasma di Banquo’”[14] De Angelis si serve di un rimando allegorico a quella tragedia shakespeariana che è il Macbeth per domandarsi se la recente dipartita dell’ex segretario del PCUS possa servire a indicare «tutto il bene che non è stato fatto» e a smascherare «tutto il male che per brama di potere è stato così a lungo commesso». Rammentando, a tal proposito, come l’idealismo lungimirante e i progetti universalistici gorbacioviani per una nuova architettura di sicurezza mondiale con il coinvolgimento di tutti gli attori globali siano stati sabotati dalla miopia e indifferenza degli europei e forse anche, all’indomani del crollo della cortina di ferro, dalla volontà statunitense di liberarsi di un leader alle prese una crisi economica e di legittimazione che avrebbe portato alla dissolvenza dell’Urss. Responsabilità collettive di ieri che hanno condotto alla deflagrazione di oggi.

Per parte sua, Michele Mezza in “Un risvolto crepuscolare nel campione della Perestroika”[15] racconta da una posizione privilegiata (inviato a Mosca per conto del GR1) alcuni aneddoti aventi come protagonista l’ex segretario del PCUS. Dall’incontro fortuito sul volo Mosca-Pechino nel maggio del 1989, alla puntata speciale di Radio Anch’io (12 ottobre 1992) organizzata dall’autore assieme a Livio Zanetti, direttore degli scoop del GR1, per una nobile causa che il lettore potrà scoprire.

Gorbaciov, ricorda infine Stefano Rolando, professore di comunicazione pubblica IULM e Condirettore di Democrazia futura, nell’occhiello del suo contributo, “non ebbe nessuna onorificenza dall’Italia nonostante i memorabili viaggi di Craxi e di De Mita”. Nell’articolo “Gorbaciov ‘apprendista stregone’ e i timori dei nostri partiti di governo”[16], riportando un ‘osservazione di Claudio Martelli, sottolinea come Craxi “valutasse freddamente dal punto di vista di uno statista il comportamento di Gorbaciov, che indubbiamente è stato un po’ un apprendista stregone, perché ha messo in moto un processo di riforma di un sistema che era irriformabile, un sistema altamente centralizzato, burocratico, inefficiente, ma che aveva una sua coesione. Insomma, introdurre la Perestrojka, cioè la ristrutturazione economica e politica, e la Glasnost, ovvero la trasparenza dei processi decisionali in un Paese totalitario, ha innescato un processo di disgregazione”.

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Europa

L’Europa, la guerra calda, il clima crescente di tensione dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le divisioni sull’istituzione di un tetto ai prezzi del gas

Questa seconda sottosezione è introdotta dalla trascrizione del discorso tenuto dal presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il 9 maggio 2022 a Strasburgo in occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa nel suo ruolo di presidente di turno dell’Unione Europea. Per lanciare il progetto di una più vasta Comunità Politica Europea il presidente francese coglie l’occasione di fissare un’agenda di riforme per dare all’Unione Europea una veste istituzionale più agile ed efficace, valida a rispondere alle sfide economiche e geopolitiche del futuro. Raccomanda di dare in futuro maggiore indipendenza e sovranità all’Europa, tali di fare del continente un soggetto padrone del proprio destino, libero nelle scelte: una Potenza aperta al mondo e che non dipenda da altri Stati. E per poter fare questo invita l’Europa a compiere delle scelte coraggiose nell’ambito della ricostruzione delle filiere industriali, degli investimenti nelle energie rinnovabili, della salute e del lavoro e, infine, giustappunto nell’ambito delle riforme, da affrontare attraverso la convocazione di una convenzione per rivedere i trattati. Oltre a garantire il massimo sostegno all’Ucraina e, insieme, impegnarsi per la pace, si augura di poter fare entrare al più presto gli ultimi Paesi rimasti estranei al processo di integrazione europea grazie all’istituzione della summenzionata Comunità Politica Europa. Avere ambizione è, in sintesi, ciò che il presidente Macron chiede all’Europa.

Segue un pezzo del Presidente del Movimento Europeo Pier Virgilio Dastoli: “Dignità umana, guerra in Ucraina e polizia internazionale”[17]. Il problema è quello del rispetto dei più basici diritti umani in una terra martoriata da un conflitto scatenato, per paradosso, da un Paese firmatario della Carta delle Nazioni Unite del 1945 e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948. Di fronte al disprezzo per le vite dei civili innocenti stretti nella morsa micidiale dell’armata di Putin nulla può essere fatto dalla Corte Penale Internazionale – a causa dei limiti della sua struttura – per imporre la riparazione dei danni causati e impedire che possano essere compiuti in futuro altri crimini.

Alberto Leggeri, già professore di geografia, in “La Conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina”[18] si interroga, come si evince dall’occhiello, se questa conferenza, tenutasi il 4 e il 5 luglio 2022, “al di là del risultati modesti e della Dichiarazione finale con sette principi, segn[i] una svolta nella diplomazia elvetica e la fine della tradizionale neutralità della Confederazione”. Il fatto che il posizionamento internazionale dato alla conferenza (voluta a Lugano e con gran dispiego di mezzi dal ticinese Ignazio Cassis, presidente della Confederazione Elvetica) sia stato unilateralmente a favore del Paese aggredito lascia pensare a un allineamento della stessa Svizzera verso tali posizioni, in contrasto con la sua politica di secolare neutralità ed equidistanza.

Giulio Ferlazzo Ciano ne “Il filo di Arianna che collega Kiev a Skopje passando per Sarajevo”[19] si interroga sulle similitudini fra due conflitti, quello attuale in Ucraina e quello che fra il 1991 e il 1995 infuriò nell’ex Jugoslavia, e da questa riflessione trae delle conclusioni, paventando che le complicate relazioni etnico-culturali nel mondo slavo-meridionale trovino nella guerra in Ucraina una ragione per tornare ad essere tese. Le manovre russe nella Repubblica serba di Bosnia e in Serbia lo lasciano pensare, mentre le lentezze e le ambiguità dell’Unione Europea nell’accogliere al suo interno i Paese dell’area nascono in parte ancora da storiche ruggini fra Paesi balcanici confinanti che sembrano non trovare mai una soluzione. Se è vero che tutto parte da lontano e che per comprendere le radici di questo conflitto russo-ucraino bisogna tornare alle vicende della rus’ di Kiev, così anche le radici storiche del conflitto nell’ex Jugoslavia e i suoi terribili esiti possono indicare una chiave di lettura per il presente.

Paolo Calzini, Senior Associate Fellow presso Johns Hopkins University Bologna Center, racconta la compattezza della società russa e la tenuta del vertice del sistema di potere in “La guerra, il ruolo di Putin, la tenuta del sistema di potere, l’atteggiamento della società”[20]. Il costo di tale tenuta è dato dalla posizione di isolamento aggressivo della Russia di Putin contro un Occidente, guidato dagli Stati Uniti d’America, dipinto come inteso esclusivamente ad annichilire la Russia e la sua capacità di proiezione di grande Potenza. Putin si serve di questa narrazione, come scrive l’autore, «facendo leva sulla guerra come fonte di unificazione e rigenerazione della nazione», benché le carenze strutturali di quel regime autoritario lasciano pensare che tale strategia si riveli velleitaria.

Flavio Fabbri in “Verso regole comuni per affrontare la crisi energetica?”[21] ripercorre i complessi negoziati che hanno portato solamente ad un accordo di massima fra i ventisette Stati dell’Unione europea relativo alle misure emergenziali per affrontare la crisi energetica che dovrà essere confermato in un prossimo Consiglio europeo portando a nuove regole comuni in tale ambito.

Cecilia Clementel-Jones torna sulla questione energetica e nell’articolo dal titolo “Fare presto un accordo europeo per evitare di razionare l’energia”[22]richiama l’importanza di comprendere i fenomeni che guidano il mercato del gas per avere una leva in più, a livello europeo, per affrontare le difficoltà del momento. Secondo l’autrice, di fronte a comunicazioni svianti e ad una strategia militare sul campo che coinvolge (volente o nolente) anche il nostro Paese, sarebbe bene che si leggesse la realtà senza pregiudizi di sorta, nemmeno nei confronti della Russia.

Pier Virgilio Dastoli ritorna sul Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre 2022 analizzando le misure adottate in «Le lentezze dell’Unione europea, le miopie dei governi nazionali e le accelerazioni internazionali»[23]. E secondo l’autore si tratta di misure nel complesso poco coraggiose e, ancor peggio, temporanee. Al di là delle nove misure adottate in materia energetica Dastoli elenca cinque punti che aprono altrettanti interrogativi sul futuro funzionamento dell’Unione Europea, a partire dal «funzionamento distonico dei due pistoni dell’originario motore franco-tedesco» fino ai dubbi in merito alla capacità dei vertici dell’Unione di rendersi conto per tempo delle trappole che il mondo globale e i suoi protagonisti predispongono per il nostro continente.

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Europa. Le novità politiche del fronte europeo occidentale: Francia, Regno Unito e Comunità Politica Europea

Introduce questa terza sottosezione l’articolo di Alberto Toscano dal titolo “La Francia ‘dimenticata’ e il successo delle ali estreme in Parlamento”[24] in cui l’autore argomenta sull’esistenza di una frattura evidente nella società francese, le cui radici andrebbero ricercate persino negli anni Novanta, quando per la prima volta si parlò di una «frattura sociale» (1995), evocata da Jacques Chirac nel contesto della campagna elettorale per le presidenziali di quell’anno. Ma la frattura col passare del tempo si è estesa. È diventata territoriale, sia per la progressiva emarginazione e lo spopolamento della provincia francese, sia per l’inasprimento dei rapporti fra comunità nei grandi centri delle cinture urbane metropolitane, in primo luogo della stessa Parigi, tutti fenomeni che hanno prodotto negli abitanti di queste realtà la consapevolezza di essere rimasti indietro, di essere stati emarginati dai vantaggi della globalizzazione e di essere pertanto vittime della globalizzazione stessa. La risposta degli emarginati, veri o autodefiniti tali, è stata il rigetto del progetto di costituzione europea nel 2005, il voto a partiti più o meno apertamente antieuropei e la rivolta dei “Gilet gialli” nel 2017. I risultati delle elezioni legislative lasciano intendere che questa frattura «c’è, nessuno può ignorarla essendo davvero patente: anche sul piano politico se ne vedono le conseguenze».

Bruno Somalvico commenta il voto francese in “Le sorprese delle elezioni legislative in Francia”, con una disamina nei due turni del voto[25] e, nella fattispecie, dei flussi elettorali fra i partiti che si sono disputati i 577 seggi dell’Assemblea Nazionale. Il fantasma dell’ingovernabilità della Quarta Repubblica torna a fare capolino nella Quinta, pur alla luce delle modifiche costituzionali che avevano illuso di poter limitare i rischi di coabitazione.

Sempre Bruno Somalvico prosegue l’analisi del voto francese in “Le tre France e la rivolta con la palude centrista in versione tecnocratica”[26]. Partendo dall’antecedente storico della disciplina repubblicana di “desistenza” e dalle riforme costituzionali di Chirac per evitare il ripetersi della coabitazione, si giunge alla presidenza Macron e all’aggravarsi delle fratture sociali fra quelle che l’autore definisce le “tre France” (Parigi, le banlieue e la Francia profonda rurale), dovute alla maldestra gestione degli effetti della globalizzazione e della transizione digitale, mentre al contempo «si riduce la capacità di influenza politica dei partiti e l’interesse dei cittadini per la cosa pubblica», favorendo il successo delle formazioni più radicali ed estremiste. Di fronte alla sfida lanciata a Macron da questi partiti, aggravata dalla palude creata al centro della politica francese dallo stesso presidente, la cura può passare attraverso il dialogo fra Macron e le forze riformiste radicali, socialiste e verdi, nell’intento di restituire centralità al Parlamento, «per troppo tempo umiliato dal dominio assoluto della palude macroniana». In ogni caso sarà da evitare qualsiasi soluzione di decrescita felice, puntando semmai ad equilibrare tecnocrazia e democrazia per riportare sul giusto binario il processo di rapida trasformazione della Francia.

Giampiero Gramaglia ricorda il giovane Boris Johnson, allora provocatorio ed euroscettico inviato a Bruxelles del Telegraph di Londra, osservato da vicino dall’autore, corrispondente ANSA a Bruxelles verso la fine degli anni Ottanta nel breve articolo “Quando Boris era accreditato come giornalista a Bruxelles e raccontava euromiti[27].

In “Foto di gruppo con poche signore”[28], di nuovo Pier Virgilio Dastoli considera l’occasione mancata per creare la Comunità Politica Europea, nel corso del forum tenuto nel castello di Praga il 7 ottobre 2022. Riunione informale che è stata quasi una copia sbiadita del Consiglio d’Europa, vanificando l’intento del presidente francese Macron di creare una nuova formazione politica paneuropea per accogliervi gli Stati finora rimasti esclusi dall’Unione europea. Sul risultato gravano ancora le resistenze degli Stati nazionali e le tensioni irrisolte fra alcuni di essi.

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Storie di geopolitica: Italia

Le dimissioni di Mario Draghi, la campagna elettorale e i risultati: vincitori e vinti

L’ampia sezione dedicata all’Italia si concentra sul fatto principe di questi ultimi mesi, la caduta del governo Draghi, la campagna elettorale, i risultati del voto e la conseguente formazione del nuovo governo per la prima volta nella storia d’Italia guidato da una donna, Giorgia Meloni.

Il webinar di bilancio di 18 mesi del governo Draghi promosso da Democrazia futura

Nella prima sottosezione riproduciamo la riflessione che il noto politologo e accademico dei Lincei Gianfranco Pasquino, il 14 luglio 2022, poche ore prima la caduta del governo ha presentato in occasione di un webinar promosso dalla nostra rivista e moderato da Bruno Somalvico. Nella sua Relazione introduttiva “Prima della fine. Il governo Draghi nella storia d’Italia”[29], il noto accademico precisa il suo punto di vista su un governo che, contrariamente a quanto sostenuto da molti, non sarebbe da definirsi tecnico, semmai un governo “no partisan”, guidato da un Primo Ministro non politico.

La riflessione prosegue con un’analisi della deriva di questa fase della storia repubblicana italiana segnata da troppe crisi e, in particolare, dalla crisi dei partiti che ormai rispecchierebbero la frammentazione della società italiana.

Al di là delle leggi elettorali cambiate troppe volte e senza risultati concreti sulla crisi della politica (strumento biasimato dallo stesso Pasquino), è il significato stesso della politica che sembra essere stato dimenticato dai suoi protagonisti.

Il richiamo al significato etimologico del termine, di coniazione aristotelica, indica la possibilità di una cura per questa crisi insieme politica e sociale, che risiede nella capacità di associazione degli uomini, di collaborazione e di risoluzione dei problemi, ripartendo da questo per costruire un nuovo concetto di cittadinanza democratica.

Segue alla relazione del professor Gianfranco Pasquino un dibattito dal titolo “Effetto Draghi. Una meteora o una cometa? Un toccasana o un vulnus?[30] Agli interventi di Stefano Rolando, Guido Barlozzetti, Michele Mezza, Massimiliano Malvicini e Massimo De Angelis, che in parte approfondiscono le questioni trattate nell’intervento di Pasquino e in parte completano il dibattito introducendo nuovi elementi, seguono delle brevi domande rivolte al professor Pasquino da parte di Giampaolo Sodano, Raffaele Barberio, Giacomo Mazzone e Pieraugusto Pozzi.

La risposta appare nelle conclusioni del webinar, ovvero ne “La replica del professor Pasquino”[31], nella quale è evidenziato un passaggio fondamentale della visione politica dell’illustre accademico basata sull’analisi etimologica della parola “politica”, che apre ad una visione d’insieme che ha come baricentro una società composita formata da cittadini e lavoratori, le cui culture politiche sfortunatamente negli ultimi decenni non sembrano essere state innaffiate né alimentate dai partiti. Ma gli effetti di questa mancanza non significano per il professore un segnale di indebolimento strutturale della democrazia, ma una crisi che può essere superata fidando anche del buon credito di cui ancora oggi nel mondo gode il sistema democratico rappresentativo. Per quanto riguarda l’Italia – conclude Gianfranco Pasquino – una modifica in senso presidenzialista può servire, ma bisogna aprire un dibattito su quale genere di presidenzialismo e a patto di favorire uno spostamento del potere verso le istituzioni, come in Francia.

“La caduta del governo Draghi: una meteora anticipatamente giunta al capolinea?”

Michele Mezza in “L’eccezione atlantica. Ad Ovest, tutta!”[32] osserva l’atlantismo di Mario Draghi e ne analizza le radici che affonderebbero nella mentalità tipicamente nordamericana e WASP dell’ex Presidente del Consiglio, tale da contagiare, nei confronti di Vladimir Putin e della sua aggressione all’Ucraina, la maggioranza di governo e persino l’opposizione rappresentata da Fratelli d’Italia.

Il giovane docente di Diritto Pubblico Massimiliano Malvicini riflette sui partiti politici, posti al centro dell’elaborazione costituzionale e tali da far meritare al Paese, stando a Pietro Scoppola, la nomea di Repubblica fondata sui partiti politici. “I partiti politici nell’ordinamento costituzionale italiano: da attori costituenti a spettatori destituiti?”[33]. L’analisi parte dalla genesi dell’articolo 49 della Costituzione, molto contrastato nella sua redazione e sul quale si susseguirono mediazioni e riscritture, per concludere che è sui partiti che ruota l’asse portate della Repubblica: la libertà di partito e il metodo democratico tra partiti politici, sono i presupposti «della determinazione della politica nazionale» e la legittimità dei partiti su basi giuridico-istituzionali e politico-elettorali rappresenta il necessario corollario.

 Marco Severini docente di Storia dell’Italia Contemporanea all’Università di Macerata, esercita il suo spirito critico in “La fine del governo Draghi”[34] attuando, come recita l’occhiello, “un primo bilancio su luci e ombre dell’ultimo esecutivo della Diciottesima legislatura”. Se le luci si riferiscono ai successi riconosciuti pressoché da tutti alle capacità del presidente del Consiglio venuto dalla BCE, le ombre si addensano relativamente alla politica di intervento in Ucraina (invio di armi e aumento delle spese destinate alla Difesa) e nei dettagli della difficile attuazione del Pnrr.

“Qui finisce l’avventura” è il significativo titolo che Stefano Rolando ha dato al suo contributo sulla fine del governo Draghi. Diviso in due parti, nella prima l’autore evoca un episodio della sua infanzia come metafora dell’atteggiamento distruttivo (e infantile) del Movimento 5 Stelle, indicato come origine della fine dell’esperienza governativa a trazione draghiana[35]; nella seconda parte, riconosciuta la fine del percorso di potenziale rigenerazione del sistema politico, si domanda se da ciò che egli individua come “quarto polo”, un misto di civismo organizzato e astensionismo consapevole, possa emergere un’attitudine più matura e consapevole verso la politica[36].

Carlo Rognoni, già vicepresidente del Senato e consigliere di amministrazione della Rai, traccia già nel titolo del suo contributo un parallelismo fra la caduta del governo Draghi e l’occasione mancata di un rinnovamento politico-sociale di matrice cesariana terminato, poco più di duemila anni fa, con il ben noto pugnalamento di Cesare il giorno delle Idi di marzo: “Un prezzo troppo alto alla stupidità. Le Idi di luglio”[37]. Fuor di metafora, con Draghi, sostiene l’autore, è stata pugnalata anche l’intera classe politica, in un suicidio rituale collettivo che ha fatto come vittime i partiti stessi. Una crisi nata dalla fine di un’epoca, quella degli Stati Nazione, travolge democrazia e parlamentarismo e all’Italia non sembrano essere bastate la preparazione culturale e la competenza di Mario Draghi per arginare la stupidità di una classe politica troppo ignorante per salvarsi e, al contempo, salvare il Paese.

Gianluca Veronesi, Già direttore della Comunicazione e delle Relazioni esterne Rai, in “Come ti ‘incenerisco’ il governo”[38] lascia ai lettori un commento semiserio (ma l’autore lo definisce “ultra-serio” e gli si potrebbe anche dare ragione) sulla caduta dell’esecutivo Draghi causata nientemeno che…da un inceneritore: «squallida parodia finita in tragedia».

In “Andare oltre l’agenda Draghi per un’agenda dell’Italia europea e federale”[39] il presidente del Movimento Europeo Italia, Pier Virgilio Dastoli, si scontra con le cause che hanno generato la crisi governativa di luglio, notando che dal panorama politico non sia stata fatta menzione dell’agenda europea quale metro di paragone per giudicare le promesse dei partiti in campagna elettorale. Agenda europea che, secondo l’autore, dovrebbe invece essere al centro dell’attenzione del futuro governo; soluzione a tale mancanza sarebbe, da parte italiana, il rilancio di una politica “federale” europea in sette punti.

Il rumore inquietante di una campagna elettorale strabica

Bruno Somalvico rivolge la sua attenzione alla campagna elettorale, auspicando il superamento della par condicio per tentare di ridurre l’astensione. “Una campagna elettorale noiosa e ingessata da provvedimenti anacronistici”[40], come per appunto una par condicio che non permette al servizio pubblico di raggiungere tutti i potenziali elettori, soprattutto quelli meno informati e le fasce di popolazione meno istruite e a basso reddito. L’alternativa è la noia di una campagna elettorale svolta per indurre gli elettori a ratificare nelle urne un risultato conosciuto già in anticipo.

Celestino Spada, vicedirettore della rivista Economia della Cultura si propone in “Quelle (poche) cose che sappiamo di noi”[41] non tanto di comprendere e analizzare lo stato attuale dell’opinione pubblica in Italia, definita «un mistero fitto», ma di analizzare il sistema dell’informazione politica che contribuisce a produrre un tale enigma. Un’informazione dominata dal rumore di sottofondo di una “partitocrazia senza partiti”, citando Mauro Calise, la quale, stando all’autore «ha avuto la sua struttura portante nell’intreccio fra media ed esponenti politici, e nella personalizzazione della politica il suo connotato identitario, assieme alle derive post-moderne della politica-pop…con l’emergente universo comunicativo dei social network». Un mercato elettorale nel quale la cosiddetta “Bestia” gestita da Luca Morisi, al servizio della Lega a trazione salviniana, ha stupito i commentatori, soprattutto esteri, per la capacità attrarre l’attenzione non solo dei potenziali elettori, ma persino dei giornalisti, incapaci di esprimere critiche di rilievo per quelle particolari pratiche comunicative. Il teatrino della politica, così disprezzato e squalificato dai giornalisti di professione sembra in realtà essere ormai uno spettacolo al quale essi stessi non sanno rinunciare.

Opinione pubblica che si esprime sempre di più con l’astensione al voto, analizzata da Stefano Rolando in “L’astensionismo, sfida per la democrazia”[42], “tema di battaglia elettorale che comporterebbe speciale intelligenza comunicativa”. Invero quello dell’astensionismo è un fenomeno che affonda le sue radici già in occasione delle elezioni del 1975-76 e del 1979-80, prodromo, con la crescita esponenziale dei non elettori, della grande ondata astensionistica registrata negli ultimi decenni. Le riflessioni di Donatella Natta, Linda Laura Sabbadini, Riccardo Cesari, Roberto D’Alimonte, Francesco Raniolo, Sabino Cassese e Angelo Panebianco provano a dare forma all’astensionismo rintracciandone le cause e tentando di offrire delle soluzioni. Servirebbe anche da parte dei partiti politici una riflessione in tal senso, ma al momento mancano segnali in tal senso, anche «da parte di chi fa politica e amministrazione pubblica nell’ambito del civismo (quello reale e non quello generato fittiziamente dai partiti in occasione dei turni elettorali)».

In “Partiti pigliatutti. Cercasi consenso disperatamente” Gianluca Veronesi affronta, con il consueto tono semiserio in quattro parti distinte[43] lo strano rapporto fra i partiti e la leadership. Iniziando con Giorgia Meloni, vissuta per l’autore quasi come se fosse un uomo e non una donna, per passare ai leader della sinistra e di centro, questi ultimi definiti come veri e (originalmente) unici radicali; infine i 5 Stelle e Giuseppe Conte, con la sorpresa per un risultato delle urne che potrebbe premiare l’avvocato del popolo, aiutato nella sua ascesa da alcuni fattori interni ed esterni.

Massimo De Angelis in “O Calenda o Di Maio. Le ragioni di una scelta”[44], pone la questione di “saper distinguere un partito e una politica di centro da un partito e una politica del centro”. Partendo da una riflessione di Luigi Sturzo in merito all’individuazione di partiti di centro, dotati di un programma e di obiettivi, e di partiti del centro, occupati a tessere alleanze per ragioni di equilibrio di potere, l’autore riconosce che a Calenda si attagli di più la prima definizione, a Di Maio la seconda. Al di là dello schematismo, la molteplicità di esempi proposti nel testo suggerisce di identificare in Calenda il rappresentante di una politica riformista contrapposta alla parodia democristiana offerta da Di Maio, campione di un redivivo doroteismo. Due figure al centro, ma da posizioni poste agli antipodi.

Bruno Somalvico continua il ragionamento storico in “Quando la storia anziché tragedia diventa farsa” individuando nelle elezioni politiche del 2022 un “secondo Quarantotto alla rovescia”[45]. Invero il parallelismo trova i suoi limiti, come ammette lo stesso autore, nella difficile identificazione di Giorgia Meloni in un De Gasperi e quella di Enrico Letta in una sorta di sintesi fra Togliatti e Nenni. È l’aspetto farsesco di questa –fortunatamente- mancata tragedia, che non segnerà certo il ritorno di un inesistente eterno fascismo, ma che sicuramente segnerà la sconfitta della velleitaria ambizione del PD di costruire attorno a sé una sorta di riedizione del Fonte Popolare. E su tutto aleggia lo spettro di un astensionismo sempre più ampio.

I problemi legati alla campagna elettorale per le politiche del 2022 interessano anche Guido Barlozzetti, esperto di media e scrittore, che nel suo intervento dal titolo “Uffa che noia. Niente di nuovo sul fronte elettorale”[46] denuncia, come evidenziato nell’occhiello, “una campagna aggressiva, una retorica populista, lontano dall’Europa”. L’Europa in effetti non c’è, ma sembrano mancare anche i temi importanti che una campagna elettorale in un grande Paese dovrebbe necessariamente toccare. E invece su tutto sembra predominare lo scontro personale, le accuse incrociate, le demonizzazioni, gli slogan…insomma, la noia.

Venceslav Soroczynski, pseudonimo di uno scrittore e critico letterario, usa un tono dissacrante e volutamente provocatorio in “Eppure è una festa della mia democrazia a cui non devo rinunciare” per mettere alla berlina i protagonisti di questa campagna elettorale[47]. Sarà vera festa? L’autore lo spera, malgrado tutto.

Stefano Rolando offre, come recita l’occhiello, delle “Brevi chiose a chiusura della campagna elettorale nella Patagonia dei partiti”. Nel suo contributo dal titolo “Perché è apparso conveniente stendere la nebbia sul conflitto ucraino”[48], l’autore risponde alla domanda sostenendo che «stendere la nebbia sull’Ucraina era in generale conveniente», senz’altro per il centro-destra, ma anche per un centro-sinistra che rischierebbe di dilaniarsi al suo interno.

A destra tutta! 25 settembre 2022: una data storica? Vincitori e vinti di queste elezioni”.

Bruno Somalvico apre la riflessione ex post, a urne chiuse sui risultati del voto riassunto nel titolo “Un risultato scontato, uno scontro finto. Ora Giorgia Meloni riesca a convincere le Cancellerie europee. Se ne è davvero capace”[49]. Rilevata l’astensione massiccia, analizza il risultato nel dettaglio per ogni partito politico e coalizione. Ne esce un parlamento tetrapolarizzato con da un lato il centro-destra a trazione meloniana, dall’altro tre poli: il PD e i suoi cespugli, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e, solo al quarto posto, il centro calendiano-renziano. Questa opposizione divisa in tre tronconi non sembrerebbe dare molte noie alla leader vincitrice del confronto elettorale, ma quest’ultima «dovrà evitare di fare passi falsi a Bruxelles» e stare attenta alle esternazioni. L’invito è di evitare di rompere con le scelte di Draghi e mantenere buone relazioni con Francia e Germania.

Massimo De Angelis analizza in “Giorgia Meloni: un governo del partito della nazione?”[50] il lato concreto di tale visione nazionale. Di fronte all’evidenza di un fallimento di quei partiti giudicati senza anima, troppo governisti o legati alle élite sganciate dal comune sentire che, tra l’altro, sembrano dominare anche nell’informazione e nei mass media, il partito di Giorgia Meloni rilancia un programma incentrato sull’interesse nazionale senza tuttavia volgersi a un «sovranismo eversivo di quei trattati e di quelle alleanze» che restano fondamentali per l’Italia.

Prosegue la riflessione post elettorale con “Gli sconfitti del voto del 25 settembre a sinistra, al centro e a destra” di Gianluca Veronesi, un unico pezzo che riunisce alcuni brevi interventi dell’autore. Passando dalle fascinazioni del PD per i suoi leader transitori[51] e dal Terzo Polo[52], alle forze di opposizione che a parole promettono fermezza ma nei fatti iniziano già a distinguersi fra loro per un approccio più collaborativo, fino a un ritratto di un Silvio Berlusconi tornato da vincitore in parlamento, ma ferito nell’orgoglio[53].

Stefano Rolando in “Dopo le elezioni. I cantieri (veri e finti) del ridisegno della politica italiana”[54], dopo aver delineato le cause della caduta del governo Draghi, legate essenzialmente al rifiuto da parte dei partiti di accettare l’opportunità di rigenerazione offerta dal precedente presidente del Consiglio, si sofferma a considerare come di questa opportunità abbia invece approfittato l’unico partito rimasto all’opposizione, cioè Fratelli d’Italia, la cui leader peraltro non ha mancato di aggiungere al processo di rinnovamento anche una sua personale rielaborazione politica per uscire dalle secche di uno sterile sovranismo. Tuttavia solo l’esistenza di un’adeguata classe dirigente al governo potrà confermare l’avvenuto rinnovamento. «Macerie invece in casa del centrosinistra» al cui interno dovrà essere rielaborato un progetto di vera e propria rifondazione.

Michele Mezza introduce l’elemento letterario contemporaneo in “Il partito geniale e la nuova Quistione Meridionale[55] sostenendo che valgano più i romanzi di Elena Ferrante delle riflessioni di Gramsci, Dorso o Scotellaro in merito alla Questione meridionale per spiegare «i tratti delle dinamiche che hanno portato il sud ad affidarsi ad un impasto di neo corporativismo dell’assistenza…combinato con una richiesta di tutela anti europea». Il consenso “inquinato” dal reddito di cittadinanza non lascerebbe adito a dubbi per l’autore, e i risultati elettorali a Scampia confermerebbero la tesi. Tale esito in realtà sarebbe stato già preconizzato da Gramsci, il quale delineò nei suoi Quaderni dal carcere la crisi dei partiti tradizionali come crisi della nazione. Per l’autore esistono ancora alternative a una «devastante cultura dell’élite della miseria», ma servono misure rapide ed incisive per arginare l’indigenza e offrire un’alternativa di emancipazione.

Andrea Melodia, giornalista già dirigente Rai, traccia un bilancio politico in “L’unica strada possibile per i partiti: imboccare la post-ideologia”[56] indicando in Giorgia Meloni colei che al momento sembra essere riuscita in tale proposito, dando di sé «l’immagine meno ideologica, più efficientista». Ne derivano una serie di consigli per il PD, non ultimo una proposta per riportare sul corretto binario il rapporto fra politica e comunicazione, tornando a ragionare sull’importanza di un servizio pubblico orientato al bene comune. La RAI del centro-destra saprà farlo?

Stefano Rolando analizza più nel dettaglio la personalità di Giorgia Meloni in “Cosa ci si può aspettare da Giorgia Meloni leggendo la sua autobiografia”[57], una disamina dell’autobiografia della leader politica dal significativo e ormai noto titolo Io sono Giorgia. Attraverso passaggi significativi tratti dal volume e persino attraverso contenuti mancanti nel libro (per esempio, un’analisi sulle mancate riforme dello Stato) l’autore mette l’accento su alcune frasi del libro che svelano in parte ciò che attende il Paese, anzi, la Nazione, nei prossimi anni. Niente di dirompente, a differenza di quanto è stato scritto in altri best seller di sapore politico del passato, alcuni dei quali famigerati: al contrario, l’umana normalità dispensata nelle pagine del volume autorizza a pensare che il rischio più grave a cui si può andare incontro durante questa esperienza di governo sia il pressapochismo.  

Gianluca Veronesi scrive in “Grazie di tutto, caro presidente”[58] una lettera aperta a Mario Draghi per confermare il suo plauso a quanto egli ha fatto per l’Italia. Analogo appello lo lancia Alessandro Giacone in “Grazie Draghi! Ha lasciato parlare i fatti”. L’occhiello “Un uomo controcorrente rispetto ai conformismi del nostro tempo” dice tutto.

Conclude la prima parte di questo numero doppio l’articolo di Giampiero Gramaglia “Le reazioni estere alla vittoria di Giorgia Meloni”[59]. L’autore passa attraverso tre fasi successive di approccio dei media stranieri all’Italia al voto settembrino. Dal timore e dalla preoccupazione di una prima fase, si passa alle demonizzazioni (‘Ancora gli italiani! Il fascismo è tornato?’) e persino alle caricature (la vicenda del paragone, fatto dall’Economist, fra un governo britannico allo sbando e l’Italia) della seconda fase, per approdare, in un terzo momento, alla fase del dubbio, dell’incertezza e della cautela, in attesa di mosse del neonato esecutivo che possano chiarire cosa attende in Paese. Nell’attesa che Bruxelles chieda presto conto delle riforme del Pnrr e con la consapevolezza che a Parigi e a Berlino vigilano su di noi. C’è a chi sta bene così.

Secondo Tomo

Parte seconda 1 Comunicazione e guerra. Storie di media e società nell’era del conflitto in Ucraina

Questa seconda parte dedicata ai media nell’era della guerra calda, è suddivisa in tre sezioni la prima legata a problematiche di stretta attualità, la seconda ad una riflessione di carattere storico a quasi cent’anni dall’avvio delle prime trasmissioni in Italia e l’ultima ai grandi temi della mediamorfosi, della necessaria governance su scala globale di Internet e degli effetti della rivoluzione digitale sull’informazione in tempo di guerra.

Parte seconda 1 In primo piano. Riforma della Rai e buon Governo della nazione

Introduce questa prima sezione l’articolo di Dom Serafini dal titolo “Riassetto amministrativo a viale Mazzini e qualità del nuovo esecutivo”[60], un vademecum di riforme da suggerire per tornare a un buon governo della RAI. Secondo Serafini capiremo presto il valore del nuovo governo italiano dalla riorganizzazione che la maggioranza intorno a Giorgia Meloni conferirà al vertice dell’azienda di Viale Mazzini.

Segue, da parte di Guido Barlozzetti, un intervento “Il servizio pubblico nello scenario del Metaverso”[61]. Si tratta di un analisi, necessariamente breve, sul ruolo che il servizio pubblico televisivo può avere oggi e nel futuro, fermo restando che l’autore crede -e si premura di metterlo in chiaro fin da subito- che il servizio pubblico non sia un ferrovecchio, ma necessiti semmai di un ripensamento profondo, alla luce dell’innovazione e del cambiamento dirompente attuato dalla televisione commerciale e della moltiplicazione dei canali, a cui si è ora aggiunta la possibilità di interazione con i più avveniristici strumenti informatici. Di fronte a una televisione «uscita fuori di sé» e con una funzione generalista frantumata, il futuro del servizio pubblico non può che mirare a farsi «neo-agorà di una polis che non è più (solo) analogica, ma una galassia di opzioni interattive». Per assicurare un tale disegno l’autore insiste sull’importanza di una gestione aperta e autorevole e, più a valle, una grande apertura alla società.

In “Da che parte sta la Costituzione. La probabile Governance della Rai al banco di prova del Titolo V e della crisi energetica”[62], Paolo Luigi de Cesare, autore e ideatore di format, affronta il problema legato alla mancata riforma costituzionale e gli effetti della normativa prodotta prima della sconfitta referendaria per innovare il servizio pubblico televisivo e la produzione cinematografica. Ragionando sulle Film Commission introdotte dalla legge 220/2016, l’autore sostiene la tesi di una mancata riforma degli enti locali che ha impedito la capillarità del nuovo strumento introdotto, mentre la legge 220/2015 che si è soffermata sulla gestione della RAI non ha creato quella compagnia al servizio della Repubblica che era l’auspicio di quanti credevano in una virtuosa trasformazione “olivettiana” della Rai, volta a creare lavoro, a moltiplicare produzione e contenuti nei territori e a diventare un competitore globale. L’autonomismo differenziato secondo può essere un’opportunità per RAI e cinema, a patto di esprimere una visione in grado di includere attivamente le regioni e i territori nella gestione della produzione e dei contenuti. Tuttavia, secondo l’autore, sembra prevalere ancora «un partito trasversale, molto forte, che vuole una Rai centralistica».

Il giornalista Marco Mele ne “I barbari alla conquista delle televisioni europee”[63] parte dalla notizia della bocciatura della fusione tra TF1 e M6 da parte dell’antitrust francese per parlare della necessità per le principali reti pubbliche e privare di crescere e far fronte a un mercato che vede l’assalto di nuovi prodotti innovativi che vedono prevalere internet sulla televisione. Soggetti multinazionali che allargano l’offerta trovano in Europa un unico baluardo nell’asse franco-tedesco, mentre l’Italia è rimasta indietro, ottima preda per l’IP TV e gli Over-the-Top.

Il direttore responsabile di Democrazia Futura, Giacomo Mazzone, trae le conclusioni della Conferenza tenutasi alla LXXIX Mostra del Cinema di Venezia in “Il piano d’azione per il rilancio del cinema euromediterraneo”[64]. Il piano d’azione prevede di «favorire la cooperazione per una convergenza tra le piattaforme digitali esistenti del Sud e del Nord del mondo»; sostenere le iniziative di promozione dell’audiovisivo; rilanciare il Programma Mediterraneo, come prefigurato dall’UNESCO nel 1995, soggetto da coinvolgere direttamente nell’opera di sostegno e promozione.

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Parte seconda II. Uno sguardo sulla Riforma della Rai del 1975 e la politica di decentramento

Bruno Somalvico affronta tale epopea in “Alle origini delle riforma del servizio pubblico radiotelevisivo e del suo decentramento con la nascita della Terza Rete televisiva nel 1979”[65]. L’occasione è data dall’avvicinarsi, nell’autunno del 2024, del centenario dall’inizio delle trasmissioni radiofoniche dell’URI, antenata della RAI. Partendo dalla riaffermazione del monopolio da parte della Corte Costituzionale (1960) e dai caratteri della missione del servizio pubblico in quegli anni, coincidenti con la stagione del miracolo economico, l’autore delinea gli elementi della missione educativa e pedagogica della televisione (1957-1961), mettendo in evidenza la centralità che la televisione stessa assume nella società italiana degli anni Sessanta, connotati tra l’altro dall’emergere del pur timido fenomeno della pubblicità televisiva, gravitante attorno alla SIPRA. Altro passo fondamentale evidenziato dall’articolo è relativo alle brecce nel monopolio radiotelevisivo attuate dalle sentenze Corte Costituzionale, tra il 1974 e il 1976, che aprono timidamente il mercato a soggetti esterni. La legge di riforma del 1975 fa della RAI un “Giano bifronte”, metà servizio e metà impresa, mentre si amplia l’offerta dei canali e, al contempo, avanza la regionalizzazione.

Fa da contrappunto all’articolo e alla fase relativa a “L’intervento delle Regioni nel progetto di Terza Rete RAI” l’intervista di Bruno Somalvico a Giuseppe Richeri[66], professore emerito ed esperto di politica ed economia delle comunicazioni. All’epoca consulente e poi dirigente della Regione Emilia Romagna, Richeri ripercorre le tappe che portano alla Riforma della Rai nel 1975 con il concorso delle Regioni e alla progettazione di un nuovo edificio per il servizio pubblico con l’apporto decisivo dei territori dopo il fallimento dei primi tentativi di sviluppo della televisione via cavo e l’avvio delle ritrasmissioni di programmi provenienti dall’estero resi possibili da due Sentenze della Corte Costituzionale nel 1974.

Il confronto scontro sulla funzione della Rai dopo la Riforma del 1975 nel nascente sistema misto: Socialisti e Comunisti negli anni della Presidenza Rai di Paolo Grassi, 1977-1980

In “Paolo Grassi alla Presidenza del Consiglio d’Amministrazione Rai. I ricordi di un programmista Rai, comunista”[67] Celestino Spada apre il confronto ripercorrendo con la memoria gli anni, tra il 1977 e il 1980, che videro dispiegarsi l’opera di Paolo Grassi in una RAI riformata e con un grippo dirigente «di esperienza e di prestigio culturale e manageriale indiscusso», nel quale Grassi figurava come punta di diamante di questo nuovo corso, pur non essendo, come sottolinea l’autore, un “uomo di televisione” in senso stretto.

Conclude il confronto sulla Presidenza Rai di Paolo Grassi Stefano Rolando, il quale tra l’altro riveste il ruolo di presidente della Fondazione Paolo Grassi – la voce della Cultura, in “Il varo della Terza Rete televisiva della Rai alla fine degli anni Settanta”[68]. Rolando, già assistente dello stesso Grassi in Rai, mette in relazione l’esperienza del varo della Terza Rete con la presidenza di Paolo Grassi, tratteggiando i delicati equilibri politici che opponevano DC, PCI e PSI (partito dal quale Grassi era stato in un primo tempo appoggiato e segnalato per quella carica). Terza Rete che si rivelò essere il primo canale con una dimensione di servizio pubblico, meno votato agli ascolti e più alla qualità, non senza malumori e contrarietà da parte degli altri due partiti.

Parte seconda III Mediamorfosi, regole e riforma della Governance per Internet, i servizi pubblici radiotelevisivi, i gestori di telecomunicazioni e l’informazione in tempo di guerra

introduce questa sezione Raffaele Barberio, direttore di Key4biz con “Il piano per la rete unica verso un auspicabile chiarimento”[69], che riprende due articoli da lui pubblicati sul suo quotidiano online.  Nel primo articolo si parla del progetto che dovrebbe portare alla fusione di TIM e Open Fiber tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Operazione delicata che vede due progetti diversi e contrapposti, uno favorevole a Vivendi, estremamente dispendioso per Cassa Depositi e Prestiti, l’altro, appoggiato dall’attuale governo, che vedrebbe Cassa Depositi e Prestiti in posizione più vantaggiosa secondo lo stesso Barberio. Il problema sembra riguardare anche Open Fiber, impresa la cui gestione, come l’autore spiega bene, presenta numerose incongruenze evidenziate dalla differenza fra gli ottimi risultati sbandierati dai vertici aziendali e le reali condizioni di avanzamento dei lavori per la banda ultra larga. Una discrepanza difficilmente giustificabile che necessiterebbe spiegazioni.

Segue, sempre su Key4biz, un secondo pezzo “Open Fiber, il MISE conferma oi risultati disastrosi” in cui Raffaele Barberio denuncia “Il lento stato di avanzamento del piano strategico per la banda ultra larga”[70] confermato dai dati presentato dal Ministero per lo Sviluppo Economico.

Cambiamenti sostanziali avvengono nell’ambito dei mercati digitali, come illustra Flavio Fabbri in “Digital Markets Act, le regole chiare per tutte le imprese e per le piattaforme Big Tech”[71], riassumendo i punti salienti della nuova legge europea (regolamento) entrata in vigore il 1 novembre 2022 e pienamente applicabile a partire dal 2 novembre 2023, con la quale verranno stabilite regole chiare per evitare abusi e rendite di posizione da parte delle grandi piattaforme online identificate come gatekeeper: i Bigh Tech.

Paolo Anastasio, giornalista specializzato in ICT, in “Cos’è il metaverso e vale la pena aspettarlo?”[72] traccia un bilancio sul nuovo mondo virtuale che ci aspetta (forse non nell’immediato), basandosi sull’analisi di Bloomberg. Di certo al momento sembra esserci il ritardo e le difficoltà da parte degli sviluppatori; per noi umani rimangono le incognite legate a una rivoluzione tecnologica che potrebbe rendere reali alcune inquietanti distopie immaginate nei romanzi di fantascienza.

Giacomo Mazzone evidenzia le politiche intraprese dalle Nazioni Unite per regolare l’accesso e il funzionamento della Rete in “Guterres e il nuovo ordine mondiale di Internet”[73]. Per il Segretario Generale un compito delicato e complesso a cui si è dedicato con tenacia non senza trovare ostacoli di varia natura soprattutto da parte di quegli Stati (in cima alla lista, Cina e Russia) che non intendono sottostare ad alcun regolamento internazionale o carta dei diritti riferiti all’accesso alla Rete. L’autore riferisce dell’operazione di sabotaggio messa in atto da mani ignote contro il primo Tech Envoy (Inviato per la Tecnologia), nominato direttamente da Guterres per facilitare e accelerare il negoziato in materia. Il parziale insuccesso della riunione speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 27 aprile 2021 non sembra fiaccare la volontà di Guterres, il quale rilancia il piano per il digitale nel suo documento programmatico, riuscendo infine a far nominare (10 giugno 2022) un secondo Tech Envoy, l’indiano Amandeep Singh. La strada rimane ancora in salita, ma la tenacia che il Segretario Generale dell’ONU ha impiegato sinora lascia sperare in qualche successo pur parziale, sebbene la firma in tempi brevi di un trattato su una simile materia appaia un obiettivo ottimistico.

Michele Mezza in “L’emendamento di Borges: non solo media e non solo contenuti”[74] esercita una critica sul Manifesto per i media e l’Internet di Servizio Pubblico, pubblicato nel 2021, mettendo in evidenza la contraddittorietà nell’enunciato che mette sullo stesso piano “i media si servizio pubblico” e “internet di servizio pubblico”, così facendo «estendendo, per analogia, alla rete le cautele e le tutele che si vogliono salvaguardare nel sistema mediatico», un atteggiamento che non esita e definire “pedagogico”. Ben più importante sarebbe la capacità di controllo pubblico e di negoziazione dei sistemi di calcolo: «senza un’infrastruttura pubblica che possa controllare e mediare il learning machine degli algoritmi e la dinamica di ibridazione dei dati noi saremo sempre più subalterni e sottomessi». Laddove – conclude – non sono i contenuti a fare la differenza, tanto meno quelli dei media tradizionali transitati su internet, quanto i sistemi di calcolo che li governano.

Ancora Giacomo Mazzone pone, come da occhiello all’articolo dal titolo “Il mondo della post-televisione ovvero la sindrome del maniscalco”[75], “alcuni interrogativi legittimi sul futuro di una società digitale difficile da prefigurare”, così come agli occhi di un maniscalco di fine XIX secolo riusciva difficile prefigurare un mondo cambiato dall’avvento dell’automobile. A partire dalla domanda “a cosa serviranno i media?” l’autore sviluppa un discorso inteso a mostrare come in più ambiti sarà internet a soppiantare i media tradizionali e i suoi strumenti di diffusione, mentre saranno l’intelligenza artificiale e un’evoluzione personalizzata di social media divenuti “media customizzati” a prendere il loro posto. Ecco perché, al di là delle critiche al Manifesto per i media e l’Internet di Servizio Pubblico, sarà importante aprire un dibattito sulla necessità di riformare la Rete, per strapparla dal mercato senza regole e tarpare le ali alle alternative distopiche o autoritarie che sembrano al momento le uniche via possibili all’innovazione. Ed è così che dalla televisione, passando per internet, il dibattito si allarga all’intero modello di società digitale che si apre davanti a noi ed è un nodo che si deve sciogliere al più presto.

Gabriele Balbi, professore associato all’Università della Svizzera Italiana, interviene nel dibattito con “Capire e raccontare la rivoluzione digitale: storia di un’ideologia”[76], presentazione di un saggio edito da Laterza (2022) dal titolo “L’ultima ideologia. Breve storia della rivoluzione digitale” (pp.168). Il libro vuole risponde agli interrogativi allo sviluppo della grande trasformazione digitale che sempre più assume agli occhi di noi contemporanei l’aspetto di una rivoluzione non solo tecnologica, ma anche sociale, politica ed economica, paragonabile, per forza e potenzialità di cambiamento, alla rivoluzione industriale. Un fenomeno, con i suoi profeti e numi tutelari, oltre alle promesse di un mondo migliore, che induce a riflettere se non si sia davanti a una forma di vera e propria ideologia.

Ancora Michele Mezza anticipa l’introduzione del suo libro NET-WAR. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra, con “La Luna di Kiev e le ombre della Net-war”[77], il cui occhiello recita “Effetti della mediamorfosi. Come il giornalismo sta cambiando la guerra e la guerra il giornalismo”. La guerra ibrida condotta in Ucraina anche a colpi di informazione è la Net-War di cui si parla del libro e di cui l’introduzione traccia una brevissima sintesi storica, partendo dagli aforismi di Sun Tzu per giungere, a tempi a noi contemporanei, alle riflessioni, tra gli altri, di Giuseppe De Rita, Tim Berners-Lee e del generale cinese Qiao Liang. Non è solo il giornalismo che sta cambiando la guerra, ma è la tecnologia digitale che sembra cambiare i connotati della guerra e del giornalismo stesso, che finisce quasi per confondersi con l’evento bellico in sé, laddove ad esempio l’autore si sofferma a considerare quanto le tecniche di intelligence proprie degli apparati militari stiano diventando accessibili tramite la Rete ala stessa attività giornalistica. La riflessione sulla tecnica – che renderebbe l’uomo superfluo, mero “funzionario” (secondo Umberto Galimberti) dell’apparato tecnologico – si accompagna all’analisi di un fenomeno, quello della rivoluzione digitale in atto, che assume contorni sempre più nitidi, interagendo sulla vita degli individui anche nel corso di un conflitto e facendo emergere «tendenze e fenomeni che da una parte segnalano la centralità delle caratteristiche sociali delle tecnologia digitali, come appunto l’informazione che diventa fabbrica, la circolazione delle notizie che diventa linea di produzione e il decentramento delle decisioni come inevitabile conseguenza»; tendenze e fenomeni – conclude Mezza – la cui interpretazione permette di usare e riprogrammare «formule che mirano…a formare e non solo a conoscere i nostri comportamenti».

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Parte terza Rassegna di varia umanità. Elzeviri, interviste, analisi, commenti, interpretazioni, ricordi e altre amenità dello spirito, del pensiero e del gusto

Apre questa Parte terza di Democrazia Futura una serie di ricordo di Piero Angela. Inizia Andrea Melodia in “Il non comun spessore spirituale di un laico”[78], breve evocazione che potrebbe essere sintetizzata nella chiosa finale del testo, laddove, per descrivere ad un tempo l’uomo e le sue virtù, viene evocato «il senso del dovere e la capacità di ottenere il meglio da collaboratori di qualità».

Prosegue Stefano Rolando in “La divulgazione, un impegno civile”[79] che si apre con una significativa affermazione: «per un Paese ad alto analfabetismo funzionale come l’Italia la storia professionale di Piero Angela appartiene anche alla storia dell’impegno civile», riconosciutogli anche dalle istituzioni (non senza un certo ritardo) attraverso il conferimento della più alta onorificenza della Repubblica Italiana, il Cavaliere di Gran Croce.

Michele Mezza evoca invece Eugenio Scalfari in “Scalfari, il giornalista che faceva opinione”[80], ripercorrendone la storia professionale, le iniziative editoriali, la sua capacità di dirigere un “giornale con la corona”, come l’autore definisce Repubblica, e di essere allo stesso tempo ascoltato “consigliere del principe”.

Il ricordo di Angelo Guglielmi è affidato alla penna di Guido Barlozzetti ne “Il sogno intellettuale di Angelo Guglielmi”[81], che l’autore incontrò personalmente per la prima volta nel 1976 in un convegno di scrittura/lettura tenuto ad Orvieto. Lucido protagonista del dibattito culturale di quegli anni, dette l’impronta alla Terza Rete quando nel 1987 ne fu nominato direttore, riuscendo a cavalcare felicemente i cambiamenti in atto nella televisione, con intelligenza e coraggio innovativo, fino alla sua brusca rimozione, da parte del primo governo Berlusconi (1994).

Lo storico dell’arte contemporanea Roberto Cresti in Continuous Present[82] rievoca, in un articolo con le qualità di un breve saggio storico, il sodalizio intellettuale che unì Bernard Berenson, Gertrude Stein e Pablo Picasso che determinò «una trasformazione radicale dei criteri e dei principi culturali” che sarebbe stati alla base della critica d’arte del XX secolo.

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Parte quarta. Rubriche

La quarta e ultima parte di Democrazia Futura si occupa di vari temi e approfondimenti divisi per gruppi secondo le rubriche. Essendo stato realizzato un fascicolo doppio in alcuni casi il lettore vi troverà due contributi dello stesso autore

Per la rubrica Visto da vicino, lo scrittore e sceneggiatore Italo Moscati, in “Jean-Luc Godard (1930-2022). La scelta di andarsene”[83] ripercorre con la memoria l’incontro tra l’autore e il regista della Nouvelle Vague nel 1970 e il suo rapporto con l’Italia.

Per Tiro a segno, Massimo De Angelis si ricollega a Italo Moscati, del quale è riapparsa una riedizione del saggio dal titolo Pier Paolo Pasolini: vivere e sopravvivere (2015), edito da Castelvecchi in “Pier Paolo Pasolini, un grande intellettuale inattuale incompreso dal Sessantotto”[84]. «Sempre sul crinale tra sacro e dissacrazione, sempre inattuale perché fondamentalmente antimoderno», l’autore accosta per certi aspetti Pasolini a Nietzsche.

Per la stessa rubrica, una giovane filosofa, Cinzia Giordano ritorna su Pasolini in “L’eredità retorica di Pasolini: il lavorio della sineciosi”[85] per recensire un saggio a cura di Luciano De Fiore dal titolo Il lupo avrà il sorriso? Conversazioni su Pier Paolo Pasolini (Roma, Castelvecchi, 2022, 120 p.) con interventi di Piero Colussi, Massimo De Angelis, Gaetano Lettieri, Antonio Monda, Bruno Moroncini e Walter Tocci.

Per Fresco di (ri)stampa, lo scrittore e giornalista Vittorio Macioce ne “Il regalo avvelenato della vecchia signora”[86],recensisce La Gallina, romanzo filosofico e opera prima di Fabrizio Ottaviani (2011) ristampato quest’anno. Storia tragicomica di una rovina familiare che, secondo l’autore, «è il romanzo che tutti stavamo aspettando sul virus. È il contagio e la pandemia. È la surreale situazione che ci siamo ritrovati a incarnare».

Per la rubrica Un certain regard, Claudio Sestieri ripercorre in undici istantanee un viaggio ne “La luce del Dodecaneso”[87] compiuto nella tarda primavera del 2022 fra le isole di Coo, Patmo e Lisso.

Lo stesso Claudio Sestieri fa rivivere un angolo di Fregene negli anni Cinquanta del secolo scorso dedicando un ricordo fatto di otto istantanee al poeta turco naturalizzato polacco Nazim Hikmet (1902-1963) in “Al villaggio dei pescatori di Fregene in una giornata di fine estate”[88].

Per Passato prossimo non venturo il regista e sceneggiatore Lucio Saya in “Una recita privata di Arnoldo Foà”[89] ripercorre con la memoria un episodio di alcuni anni fa molto particolare, quasi una recita privata, come da titolo.

Per Il piacere dell’occhio sempre Italo Moscati in “Jean-Louis Trintignant, la perfezione di un genio timido e schivo”[90] ripercorre a sua volta la carriera di un grande attore francese di casa in Italia, nato nel 1930 come il suo connazionale, altrettanto amato nella Penisola, Jean-Luc Godard. 

Per Italians, Venceslav Soroczynski affronta un ritratto dei vacanzieri italiani (ma non solo) ne “Il girone pantesco”[91], cronaca di una villeggiatura nell’isola di Pantelleria, descrivendo minuziosamente anzi con rigore tassonomico le diverse combinazioni delle famiglie italiane in vacanza in un albergo dell’isola.

Lo stesso autore in “Metti, un Pirandello in Consiglio dei Ministri (o al Pentagono o al Cremlino)”[92] si augura che si dia lettura del romanzo di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila (1926) dietro file di batterie missilistiche, dentro un carro armato, oppure, come da titolo, durante un Consiglio dei Ministri, una riunione al Pentagono o al Cremlino. Al lettore scoprire perché.

Per la rubrica Tecné Dom Serafini in “Le promesse esagerate sulle auto elettriche”[93] pone il classico dito in una piaga evidenziando come al momento, volendo cambiare un’automobile con l’intento di favorire il minor impatto ambientale, non resta che acquistare un’auto usata. Le ragioni e i dati sono nell’articolo.

Per Almanacco d’Italia e degli italiani, la regista delle Teche Rai Silvana Palumbieri racconta un angolo di Albania d’Occidente in “Le Eparchie bizantine e gli albanesi d’Italia”[94], nel quale tratteggia un aspetto della cultura delle comunità Arbëreshë della Penisola. La stessa autrice in “Le donne nei romanzi e nei racconti di Giovanni Verga”[95] compila un glossario onomastico di utile consultazione.

Per Quarta di copertina Massimiliano Malvicini analizza il saggio di Gianfranco Pasquino Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana in “La chimera del buon governo. La Libertà inutile di Gianfranco Pasquino”[96]. Un saggio che, già a partire dal titolo, si ricollega al contributo di Norberto Bobbio edito nel 1969, Profilo ideologico del Novecento italiano, scritto per la Storia della letteratura italiana curata da Natalino Sapegno ed Emilio Cecchi. Pasquino mezzo secolo dopo tenta di comprendere se l’Italia abbia, come è stato scritto dallo stesso Malvicini, «fatto uso delle garanzie costituzionali e delle nuove possibilità aperte dall’affermazione della democrazia…per trasformarsi e arricchirsi, sul piano politico, sociale ed economico», ovverosia «se la libertà goduta nel dopoguerra abbia favorito un miglioramento nella cultura politica e nell’etica civile degli italiani».

Per Fresco di stampa l’architetto Raffaella Inglese recensisce in “Quindici eroine in cerca d’autore: Lucia, Lolita e le altre” il libro di Lucia Conte, Lucia, Lolita e le altre. Lettere immaginarie, viaggio altrettanto immaginario attraverso le vite letterarie di quindici protagoniste di celebri romanzi[97].

Cecilia Clementel infine nell’articolo “Cura dell’ambiente e cura dell’essere umano, due impegni inseparabili”[98] si occupa del libro di Fausta Speranza, giornalista di Radio Vaticana, dal titolo Il Senso della Sete. L’acqua tra diritti non scontati e urgenze geopolitiche. Per riprendere le parole della Clementel «il tema della sacralità delle natura e della necessità di un diverso rapporto fra umanità e il mondo naturale è un filo che lega i capitoli del libro».

Le illustrazioni di questo settimo doppio fascicolo

Anche per questo settimo fascicolo doppio (il secondo del 2022), la copertina, la quarta di copertina e le pagine interne rimaste bianche sono illustrate attraverso monografie di artisti contemporanei. La selezione delle opere curata da Roberto Cresti che riproducono esclusivamente opere artistiche pubblicate – alla stregua del resto dei testi degli autori di questo numero – a titolo puramente amichevole con il loro esplicito consenso – questa volta è ricaduta su Giuseppe Bartolini (nato a Viareggio nel 1938), uno dei maggiori pittori italiani appartenenti al Movimento della Metacosa di cui viene qui ripercorsa l’attività “dalla Prima Mostra d’arte degli studenti italiani al ritorno alla pittura figurativa”[99] grazie alla preziosa collaborazione con la Galleria Ceribelli di Bergamo.


[1] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-italia-del-futuro-istruzioni-per-luso/425596/.

[2] Il primo è stato anticipato da Key4biz il 4 luglio 2022: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-di-vertice-in-vertice-loccidente-mostra-i-muscoli-alla-russia/409053/. Il secondo il 29 agosto 2022: https://www.key4biz.it/ucraina-6-mesi-di-guerra-un-conflitto-per-lenergia/414334/. Il terzo il 19 settembre 2022; https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-guerra-ucraina-ad-una-svolta/416261/. Il quarto il 26 settembre 2022: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-ucraina-lescalation-di-putin-la-cautela-della-cina-e-la-fermezza-delloccidente/417506/. Il quinto il 13 ottobre su altre testate: sesto e ultimo pezzo il 27 ottobre per altre testate: https://www.giampierogramaglia.eu/2022/10/27/ucraina-punto-prove-dialogo-droni-bomba-sporca/.

[3] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-un-italiano-alla-guida-degli-stati-uniti-damerica/419461/.

[4] Uscito in varie testate il 3 novembre: https://www.giampierogramaglia.eu/2022/11/03/brasile-lula-eletto-presidente-bolsonaro/.

[5] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-vittoria-di-lula-in-un-paese-con-due-popoli/422718/.

[6] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-cile-una-costituzione-piena-di-incognite-anche-per-noi-europei/423593/.

[7] Scritto per varie testate poi ripreso nel blog dell’autore GP News al seguente link: https://www.giampierogramaglia.eu/2022/08/05/usa-cina-visita-pelosi-taiwan-e-nuovo-asse/.

[8] Scritto per il Fatto quotidiano, 15 agosto 2022. Poi ripreso dallo stesso Giampiero Gramaglia nel suo blog GP News: https://www.giampierogramaglia.eu/2022/08/15/usa-cina-taiwan-a-volte-ritornano/.

[9] [9] Uscito con il titolo “Il Congresso del Pcc apre la competizione sui microchip”, Terzo giornale, 18 ottobre 2022

Cf. https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2022/10/Xi_microchip.jpg

[10] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-una-strada-lastricata-di-buone-intenzioni-elettricita-gas-ed-energie-rinnovabili/418867/.

[11] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-guerra-in-ucraina-e-anche-sul-web/419022/.

[12] Uscito inizialmente in Terzo giornale, 17 ottobre 2022. Cf. https://www.terzogiornale.it/2022/10/17/musk-e-lucraina-tra-globalismo-e-nazionalismo/.

[13] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-gorbaciov-e-leuropa-una-richiesta-daiuto-e-una-risposta-gretta/417741/.

[14] https://www.key4biz.it/quando-incontrai-gorbaciov/414693/.

[15] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-gorbaciov-visto-da-vicino-un-risvolto-crepuscolare-nel-campione-della-perestroika/414588/,

[16] Testo dapprima uscito nel blog dell’autore. Cf. https://stefanoroMartellilando.it/?p=6214.

[17] Articolo uscito il 20 aprile 2022 sulla rivista Gente e Territorio:

[18] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-francia-dimenticata-e-il-successo-delle-ali-estreme-in-parlamento/409441/.

[19] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-filo-darianna-che-collega-kiev-a-skopje-passando-per-sarajevo/409755/.

[20] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-guerra-ruolo-di-putin-tenuta-del-sistema-di-potere-atteggiamento-della-societa/416482/.

[21] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-verso-regole-comuni-per-affrontare-la-crisi-energetica/421366/.

[22] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-fare-presto-un-accordo-europeo-per-evitare-di-razionare-lenergia/423750/.

[23] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-le-lentezze-dellunione-europea/421394/.

[24] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-francia-dimenticata-e-il-successo-delle-ali-estreme-in-parlamento/409441/.

[25] Per il primo turno si veda il pezzo dedicato a “La rivincita di Mélenchon”, scritto il 13 giugno 2022:  https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-rivincita-di-melenchon/407110/. Per il secondo turno “Il ritorno della dialettica politica e della centralità del Parlamento”, scritto il 21 giugno: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-ritorno-della-dialettica-politica-e-della-centralita-del-parlamento/407836/.

[26] Uscito in anteprima ne ilmondonuovo.club. https://ilmondonuovo.club/le-tre-france-e-la-rivolta-con-la-palude-centrista-nella-sua-versione-tecnocratica-di-bruno-somalvico/.

[27] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-quando-boris-johnson-era-giornalista-a-bruxelles-e-raccontava-euromiti/414161/.

[28] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-foto-di-gruppo-con-poche-signore/419199/,

[29]

[30] Vedi nota 18

[31] Vedi nota 18

[32] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-leccezione-atlantica-ad-ovest-tutta/409218/.

[33] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-i-partiti-politici-nellordinamento-costituzionale-italiano-da-attori-costituenti-a-spettatori-destituiti/414257/.

[34] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-fine-del-governo-draghi-un-bilancio/420752/.

[35] Reazione a caldo scritta per ilmondonuovo.club il18 luglio 2022.Cf. https://ilmondonuovo.club/prima-del-mercoledi-fatale/.

[36] Scritto per ilmondonuovo.club il 21 luglio 2022. Cf. https://ilmondonuovo.club/alla-luce-dellepilogo/.

[37] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-un-prezzo-troppo-alto-alla-stupidita/411315/,

[38] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-come-ti-incenerisco-il-governo/411430/.

[39] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-al-di-la-dellagenda-draghi-per-unagenda-europea-e-federale/411554/.

[40] https://www.key4biz.it/politiche-2022-quando-un-confronto-tv-in-rai/414981/.

[41] https://www.key4biz.it/italia-al-voto-quelle-poche-cose-che-sappiamo-di-noi/414134/.

[42] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-astensionismo-e-rischio-democratico/414035/

[43] Il 7 settembre 2022 dedicato al Terzo Polo: https://www.key4biz.it/politiche-2022-quando-un-confronto-tv-in-rai/414981/. Il 12 settembre a Giorgia Meloni: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-scent-of-woman-giorgia-meloni-in-pole-position-per-palazzo-chigi/415396/. Il 13 settembre al Centrosinistra: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-centrosinistra-una-parola-sola-o-il-trattino-in-mezzo/415536/. Infine, il 21 settembre 2022 ai pentastellati di Giuseppe Conte: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-chi-offre-di-piu-le-reali-attese-dellavvocato-del-popolo/416618/.

[44] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-o-calenda-o-di-maio/408332/,

[45] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-quando-la-storia-anziche-tragedia-diventa-farsa-un-secondo-quarantotto-a-settembre-2022/416010/.

[46] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-uffa-che-noia-niente-di-nuovo-sul-fronte-elettorale/417215/.

[47] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-una-festa-della-mia-democrazia-a-cui-non-devo-rinunciare/417017/.

[48] Uscito inizialmente con il titolo “Elezioni 2022. Finalmente un giorno di silenzio” nel quotidiano online L’Indro, 23 settembre 2022. Cf. https://lindro.it/elezioni-2022-finalmente-un-giorno-di-silenzio/.

[49] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-un-risultato-scontato-uno-scontro-finto-ora-giorgia-meloni-convinca-le-cancellerie-europee/417264/.

[50] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-giorgia-meloni-un-governo-del-partito-della-nazione/417395/.

[51] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-pd-ha-perso-o-si-e-perso-attraversi-il-deserto-senza-fretta/417410/.

[52]

[53] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-lealta-e-coerenza-il-ritorno-del-cav/420893/.

[54] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-dopo-le-elezioni-i-cantieri-veri-e-finti-del-ridisegno-della-politica-italiana/418105/.

[55] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-partito-geniale-e-la-nuova-quistione-meridionale/418441/.

[56] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-lunica-strada-possibile-per-i-partiti-imboccare-la-post-ideologia/419647/.

[57] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-cosa-ci-si-puo-aspettare-da-giorgia-meloni-leggendo-la-sua-autobiografia/420446/.

[58] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-grazie-di-tutto-caro-presidente/421617/.

[59]

[60] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-rai-come-cartina-di-tornasole-del-governo-meloni/419726/.

[61] Uscito su tvmediaweb.it, numero zero, 28 settembre 2022  http://www.tvmediaweb.it/media.

[62] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-da-che-parte-sta-la-costituzione/421818/.

[63] Uscito su tvmediaweb.it, numero zero, 28 settembre 2022 

[64] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-piano-dazione-per-il-rilancio-del-cinema-euromediterraneo/417964/.

[65] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-alle-origini-della-riforma-del-servizio-pubblico-radiotelevisivo-con-la-nascita-di-rai-3-nel-1979/424520/.

[66] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-dalla-stagione-dei-congressi-allintervento-delle-regioni-nella-legge-di-riforma-della-rai/424688/.

[67] https://www.key4biz.it/i-ricordi-di-un-programmista-rai-comunista/414766/.

[68] https://www.key4biz.it/il-dibattito-su-paolo-grassi-e-il-varo-della-terza-rete-tv-della-rai/414803/.

[69]Articolo pubblicato sullo stesso Ket4biz:  https://www.key4biz.it/e-finita-la-pacchia-addio-al-piano-per-la-rete-unica-di-cdp-open-fiber-ecco-perche-conviene-il-piano-fdi-progetto-minerva/417333/.

[70] https://www.key4biz.it/open-fiber-il-mise-conferma-i-risultati-disastrosi/419137/.

[71] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-digital-markets-act-regole-chiare-per-tutte-le-imprese-e-per-le-piattaforme-big-tech/423620/.

[72] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-cose-il-metaverso-e-vale-la-pena-aspettarlo/423767/.

[73] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-guterres-e-il-nuovo-ordine-mondiale-di-internet/416866/

[74] https://www.key4biz.it/qualche-considerazione-critica-sul-manifesto-per-linternet-di-servizio-pubblico-lemendamento-di-borges-non-solo-media-e-non-solo-contenuti/408903/.

[75] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-mondo-della-post-televisione-ovvero-la-sindrome-del-maniscalco/421132/.

[76]

[77] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-luna-di-kiev-e-le-ombre-della-net-war/422302/.

[78] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-ricordo-di-piero-angela-il-non-comune-spessore-spirituale-di-un-laico/413936/.

[79] Dapprima uscito nel Blog di Stefano Rolando.

[80] Una prima versione è uscita il 15 luglio in Terzo giornale. Cf. https://www.terzogiornale.it/2022/07/15/scalfari-il-giornalista-che-faceva-lopinione/#continua.

[81] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-sogno-intellettuale-di-angelo-guglielmi/423314/.

[82] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-continuous-present/422869/.

[83] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-jean-luc-godard-1930-2022-la-scelta-di-andarsene/422534/.

[84] https://www.key4biz.it/modernizzazione-quel-che-attirava-lattenzione-e-preoccupava-pasolini/414450/.

[85] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-leredita-retorica-di-pasolini-il-lavorio-della-sineciosi/410553/.

[86] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-regalo-avvelenato-della-vecchia-signora/410130/.

[87] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-luce-del-dodecaneso/409985/.

[88] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-al-villaggio-di-pescatori-di-fregene-in-una-giornata-di-fine-estate/420266/.

[89] https://www.key4biz.it/un-ricordo-della-voce-per-antonomasia-una-recita-privata-di-arnoldo-foa/408779/.

[90] https://www.key4biz.it/demografia-futura-jean-louis-trintignant-o-della-perfezione-di-un-genio-timido-e-schivo/422067/.

[91] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-girone-pantesco/410614/.

[92] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-metti-un-pirandello-in-consiglio-dei-ministri-o-al-pentagono-o-al-cremlino/424145/.

[93] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-le-auto-elettriche-e-la-difficile-sfida-della-sostenibilita/415839/.

[94] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-le-eparchie-bizantine-e-gli-albanesi-ditalia/410965/.

[95] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-le-donne-nei-romanzi-e-nei-racconti-di-giovanni-verga/424023/.

[96] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-la-chimera-del-buon-governo-la-liberta-inutile-di-gianfranco-pasquino/409877/.

[97] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-quindici-eroine-in-cerca-dautore/408545/.

[98] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-cura-dellambiente-e-cura-dellessere-umano-due-impegni-inseparabili/418292/.

[99] https://www.key4biz.it/democrazia-futura-giuseppe-bartolini-e-il-ritorno-alla-pittura-figurativa/425339/.

Democrazia Futura. Presentazione, questo numero