Piuttosto vi faccio ridere: Pierluca Mariti

All’alba del metaverso succede anche che da Instagram si possa ritornare verso palchi e poltrone, realizzando uno spettacolo “alla vecchia”. Una quasi ironia della sorte, visto che l’origine di questa migrazione dal digitale al reale e il suo protagonista arrivano dal mondo antico degli studi classici e umanistici, che proprio nel teatro ha avuto uno dei suoi centri nevralgici. Parliamo di Pierluca Mariti, in arte @Piuttosto_che, e del suo “Ho fatto il Classico”, che dal 15 gennaio ricomincerà a girare nelle sale e nei teatri di tutta Italia, partendo, così come fu per la data numero uno, da Roma. In questa lunga chiacchierata ci siamo fatti raccontare da Pierluca la genesi dello spettacolo – nato “per caso”, dopo un invito del format We Reading che poi ha deciso anche di produrlo – chiacchierando anche di casate liceali capitoline, iperlavorismo milanese, podcast e, ovviamente, twerking!

 

Partendo dal titolo del tuo spettacolo, è inevitabile chiederti dove hai fatto veramente il classico?

Il liceo l’ho fatto a Viterbo, perché in realtà sono un burino! Quindi non posso giocare alla grande partita del “Tu andavi al Mamiani”, “Io sono stato al Tasso”, “No io al Visconti, “Io al Socrate”: una sorte di “Trono di Spade” della formazione dove i vari istituti assomigliano a delle casate a cui appartengono tipi precisi di persone che fanno questo o quello, escono in quella parte della città o nell’altra, che poi si ritroveranno a fare quel lavoro o l’altro. A Viterbo c’era un liceo solo e quello ho fatto!

Eri in una classe di disgraziati o di precisini?

Direi di precisini: eravamo tutti abbastanza secchioncelli. Diciamo che era un piacere esserlo in quel contesto di classe e allo stesso tempo un incubo appena mettervi un piede fuori nei corridoi, perché ovviamente dovevi sottostare a tutt’altra gerarchia sociale…

Quindi eri uno che studiava.

Sì, assolutamente. Però ero il classico secchione “da classico”, appunto, che andava bene nelle materie umanistiche tralasciando quelle scientifiche, per cui sono uscito con delle voragini in matematica e scienza. Me la sono cavata con le interrogazioni, dove bene o male riuscivo a nascondere le carenze.

Cosa hai portato degli anni del liceo nella tua attuale professione?

Diciamo che in generale attingo a testi e temi che sono tipici del liceo. Anche la volontà di cercare e creare dei collegamenti è una cosa molto liceale, mentre all’università si è concentrati più verticalmente su un unico argomento. In realtà poi queste ispirazioni sono occasioni per parlare di altro, che è quello che deve fare la comicità: partire da un punto per arrivare a un altro. Cerco di dimostrare che quello che ci dicevano al liceo, che all’epoca sembrava una bugia, in realtà è vero: tutto quello che studiamo è attuale e può essere applicato al presente. Il tipico esempio è quello dei poemi come l’Iliade e l’Odissea, che appena inizi a leggerli in classe pensi “Ma che me frega di questi che si facevano la guerra per Elena di Troia!”. Invece anche Omero può dare una mano a leggere il presente.

L’università invece come è andata?

Molto diversamente, per questo ricamo ancora sul liceo. Io ho fatto Giurisprudenza a Roma Tre, una scelta un po’ inconsapevole all’inizio, del tipo “Ma sì, dai, proviamo”. L’ho terminata, ma poi ho cercato di allontanarmi il più possibile dal diritto – senza uscire dalla legalità – evitando l’avvocatura o altre professioni simili. Diciamo che dall’idea iniziale di fare l’accademia d’arte drammatica sono passato a un altro dramma, che è stata Giurisprudenza, perché se di tutti gli esami scopri che te ne piace solo 10% è un po’ un problema…

Qual è stato l’impatto con Roma?

Parte della mia famiglia è originaria di Roma, quindi bene o male l’ho sempre frequentata. Castelli inclusi, perché mio nonno è di Frascati. Al liceo Roma era la classifica fuga dalla provincia nei sabati, quindi avevo già una rete di amici. Diciamo che l’università mi ha permesso di dire “Ecco, finalmente sono a Roma”. All’inizio mi sono trasferito nel quartiere Tuscolano, in zona Cinecittà, vicino la Togliatti: tutto un altro mondo rispetto a quello che pensavo. Io arrivavo immaginandomi le terrazze alla Özpetek, la meglio gioventù, quest’immaginario se vuoi un po’ mucciniano, invece la realtà era il 451 e un ora di metro da Subaugusta per andare a lezione, almeno fino a quando non ho preso il motorino. Ovviamente dopo pochissimo tempo ci si rende conto che la Roma vera non è quella raccontata, ma quella dei tragitti infiniti, dei mezzi che non passano e di un’umanità diffusa molto caratteristica.

Domanda forse banale: quanto ha contato questa città nel tuo percorso?

Tantissimo, anche se ho iniziato altrove a fare quello che faccio adesso. Ha contato tantissimo per le conoscenze, per le persone che ho frequentato e perché durante gli anni dell’università sono stato in un collegio – a Cinecittà, per l’appunto – che aveva degli studi interni che hanno fatto sì che non intraprendessi la carriera d’avvocato ma guardassi altrove. Poi, ti rispondo con un’altra banalità, Roma aiuta chi vuole fare comicità perché è uno spazio dove chiunque si muove diventa un po’ comico, perché o la prendi a ridere o la prendi a ridere. Qualsiasi conversazione rubata al supermercato da una signora che compra il pane diventa uno scambio da film. È un circo continuo. Lo spirito romano è molto comico e me lo sono portato dietro. Inoltre, questo modo scanzonato di guardare alla realtà è meno presente al Nord e se proposto là fa più ridere, infatti il mio percorso è iniziato a Milano.

A Roma hai frequentato il circuito stand-up, che proprio una decina di anni fa si stava formando e consolidando?

Lo frequentavo, ma da spettatore. Mi ero talmente negato la possibilità di coltivare questa passione che non ci provavo neanche a dire “Va be’ dai, sabato e domenica mi scrivo due cose, partecipo a un open mic al Pierrot Le Fou o alla Locanda Atlantide e vedo come va”. Quindi sì, seguivo il teatro e la scena che stava emergendo, perché oltretutto molte persone sono mie coetanee, tipo Ferrario o Michela Giraud, ma a Roma sono stato solo spettatore. Avevo proprio seppellito tutto e solo con il lockdown ho cominciato a tirare fuori le prime cose.

Anche Ferrario ha fatto Giurisprudenza.

Sì, anche lui a Roma Tre. Diciamo che c’è parecchia gente che ha fatto questa facoltà e poi è scappata. La comicità potrebbe essere un po’ considerata come un refugium peccatorum di chi ha cercato di piegarsi ma non ci è riuscito.

Il tuo prossimo spettacolo potrebbe intitolarsi “Ho fatto Giurisprudenza”.

Sì, potrebbe! Dopo gli studi ho fatto il manager per sette anni e anche da questa esperienza si potrebbe ricavare un’ora e mezza di spettacolo niente male! Ho iniziato a Roma negli store di Ikea, prima a Porta di Roma poi ad Anagnina, e dopo un po’ mi sono trasferito negli uffici centrali di Milano. Anche questo è un universo umano che, se guardato con un certo occhio, non è altro che un grandissimo spettacolo comico.

 

Parlando invece delle persone, chi sono state quelle che hai seguito e in qualche modo ti hanno ispirato, specialmente sui social?

Diciamo che per lo più seguivo influencer che raccontavano la loro vita. Se devo fare un nome, fin dal liceo mi ha incuriosito sempre il lavoro di Guglielmo Scilla, che nel tempo ha attraversato tante formule espressive e format di conduzione: dalla parodia alla chiacchiera divertente. Sicuramente poi Ferrario, quando faceva “Esami”, The Pills. Ecco, diciamo che se devo individuare delle ispirazioni internettiane, il periodo è quello pre-Instagram, quindi Facebook e video caricati su Youtube che circolavano poi su Facebook. Secondo me su Instagram per molto tempo non c’è stato spazio per un certo tipo di espressione e comicità, perché era il social dove mostrare la propria vita migliore, più luminosa. Quando con il lockdown abbiamo iniziato a vedere chiunque in pigiama, la magia di quel social è un po’ morta e ha iniziato a esserci spazio per la risata. Gli stessi influencer, che prima erano tutti principi e principesse, sempre in vacanza e con corpi perfetti, si sono rilassati.

Che rapporto hai oggi con i social?

Ci passo ancora abbastanza tempo, anche per uso personale, per informarmi degli altri etc. Ho smesso però di guardarmi così tanto come all’inizio: se prima della pandemia ero molto attento a far vedere cose di me “selezionate”, anche con un certo imbarazzo nel mostrare aspetti “imperfetti”, adesso mi sento molto più libero da un punto di vista di immagine. Molto meno, ovviamente, dal punto di vista dei contenuti, perché so che quello che dico e faccio ha un peso, arriva a tante persone e può non essere capito subito.

Quindi il peso dei follower si sente…

Sì, si sente e sarebbe sciocco pensare il contrario, vorrebbe dire non aver capito cosa è e come funziona internet. Io lo capisco e per questo mi piace essere chiaro e compreso. Durante i miei spettacoli invece posso permettermi di essere meno “pulito” e “rispettoso” perché so che ho davanti persone che capiscono il contesto, mentre internet è la morte del contesto: uno screenshot o una registrazione possono essere guardati o ascoltati da persone che non hanno la minima idea di tutto il resto e possono essere interpretati in maniera sbagliata. Insomma, di shitstorm nate dal nulla ne abbiamo viste a centinaia.

A teatro questo contesto si recupera?

Da un certo punto di vista sì, perché lo spettacolo è un incontro tra me e tante persone che non ho mai visto – così come loro conoscono solo una versione di me registrata – per cui si acquisisce in maniera immediata e senza filtri un contesto che, oltretutto, rimane un unicum. Poi c’è anche un momento di scambio con i “Tell Mama”, quando, dopo una serie di letture e monologhi, rispondo a delle domande come se fossi su Instagram, anche se non è propriamente la stessa cosa perché i messaggi li scelgo sul momento, a caso: è tutto improvvisato e c’è un pubblico che partecipa anche solo ridendo. Il rapporto con gli spettatori è molto interessante perché è più complesso rispetto al passato, quando non conoscevi niente della vita dell’attore tanto prima quanto dopo lo spettacolo. Io invece quando spengo il telefono e salgo su un palco parlo con persone con cui ho già una relazione tramite social. Poi è sempre molto divertente “studiare” quella parte di pubblico che non ha minimamente idea di chi io sia: genitori, fidanzati, fidanzate etc.

Mediamente come reagiscono al tuo spettacolo?

Solitamente sono molto divertiti e ci tengono a dire cose del tipo “Guarda, io non sapevo nemmeno chi fossi”, “Sono stato costretto dalla mia ragazza”, che e lì di fianco e tutta orgogliosa dice “Hai visto che non ci siamo lasciati?”. Diciamo che tranne due/tre elementi che fanno riferimento ad aspetti della mia vita personale, che possono essere conosciuti solo da chi mi segue da un po’, lo spettacolo è fruibile e digeribile per tutti.

Com’è nato lo “Ho fatto il Classico”?

Diciamo che è nato per caso nel momento in cui mi ha contattato We Reading per uno dei loro appuntamenti, che sono delle letture in pubblico per le quali non ci si prepara se non nella scelta di un testo e una breve introduzione in cui si spiega il perché di un determinato libro o autore. Quando mi hanno invitato ho messo assieme un po’ di testi tipicamente da liceo – un brano dell’Orlando Furioso, una poesia di Montale, una di un altro autore inglese – e cercando di trovare dei collegamenti tra loro e spiegando perché avevano un significato particolare per me, le battute sono venute fuori da sole e ho pensato che sarei stato un matto se non ci avessi tirato su uno spettacolo. Questo è successo all’incirca un anno fa, dopodiché ho fatto qualche altra prova in giro per l’Italia – andate bene – ho un po’ modificato e rivisto l’impianto originario e gli ho dato una struttura più definita che parte ormai con una mezzora buona di monologo. Quindi ora, a tutti gli effetti, si tratta di un mio spettacolo.

Qual è stata e com’è andata la prima data ufficiale?

La prima data l’ho fatta all’Eur Social Park questa estate, il primo giugno. Un posto “storico” per me, trattandosi dell’ex Bibliotechina, dove andavo a ballare ai tempi dell’università. È andata benissimo, c’era un sacco di gente e il posto anche aiutava: d’estate, con tutti quei pini marittimi. Io comunque ero terrorizzato perché mia madre aveva sentito qualche battuta mentre provavo a casa prima del debutto e i suoi commenti erano stati “Non fa ridere”, “Questo non lo capisco”. Ti pare che dopo aver lanciato otto date per l’Italia tu mi dici che non ti fa ridere niente!? Infatti ho vietato a mia madre di venire alla prima! I miei li ho invitati più in là, alla data di agosto al castello di Santa Severa, e comunque li ho fatti sistemare nella zona più in ombra del pubblico, perché non volevo vedere mia madre che per la prima mezzora stava a braccia conserte senza farsi neanche una risata!

Hai aggiunto parti nuove in questi mesi?

Diciamo che non c’è stata una vera e propria pausa tra le varie date, per cui non ho avuto tempo per cambiare molte cose. Ci sono state le elezioni di mezzo però, quindi, parlando sempre di contesto, non potevo non tenere conto di questo cambiamento.

Tempo fa avevi pubblicato sul tuo Instagram anche dei podcast, ci tornerai a lavorare nei prossimi mesi?

A dirla tutta quei contenuti non erano dei podcast veri e propri ma delle dirette, mai strutturate per essere riversate su una piattaforma d’ascolto. Sicuramente è un qualcosa che vorrei riprendere e ho anche in mente due/tre idee a riguardo. In questo momento però mi sto concentrando sul tour e su altri progetti che richiedono preparazione e scrittura. Poi chissà…

Quello dei podcast è un mondo che comunque ti piace?

Molto! Ne ascolto tantissimi. Sono cascato a più riprese sui true crime, poi ascolto podcast giornalieri d’informazione e cultura. La verità è che sono un bimbo di Radio 3, che è la cosa meno glamour da dire, ma ci sto sotto tantissimo! Mi piacciono i podcast di storia e poi, parlando di altro, mi piace tantissimo “Troie radicali” di Tea Hacic, che stona con tutto il resto, ma mi diverte molto e lei mi piace come parla e ragiona. Ecco, diciamo che sono una persona che ha un certo horror vacui, per cui silenzio mai: ci sono sempre musica o parole ad accompagnare la mia giornata. Mi godo poco anche le cose “sedute”, tipo film o libri, a meno che non sia costretto a rimanere fermo, in treno ad esempio. Insomma, i podcast sono veramente il mio sottofondo quotidiano, che sia Francesco Costa la mattina o le lezioni di scienza di Radio 3 sui mitocondri la sera: fa tutto brodo!

Prima abbiamo parlato del trono di spade dei licei romani e ci hai raccontato di quello che ti ha dato Roma. Di Milano invece cosa ci dici?

A Milano ho fatto gran parte della mia esperienza lavorativa, quindi ho passato parecchio tempo in quel mondo fatto di agenzie, aziende, di grandi numeri, call, meeting, etc. Io lo trovo molto divertente, o meglio, o lo trovi divertente oppure è inevitabile che questo universo operoso, che quasi lavora per il gusto di lavorare, appaia surreale. Anche da qui ho preso spunti, frasi, figure che sono vicine alle stereotipo, così come Mama, un personaggio che risponde alle questioni d’amore smontandoti sempre o riportandoti con i piedi per terra, è l’archetipo della zia romana. Milano è una città che attira tantissime persone da fuori, quindi in media la sua popolazione è costituita da gente curiosa, attiva: c’è sempre una grande voglia di uscire e di fare, e infatti i miei primi sold out ci sono stati lì. Poi Milano si lascia prendere in giro tanto, al contrario della media italiana che è fatta di persone un po’ con la puzza sotto il naso, che sotto sotto pensano sempre di essere sempre i migliori seguendo una sorta di schema a imbuto: gli italiani sono migliori degli altri, questa regione è migliore delle altre, questa provincia, questa città, questo quartiere, fino ad arrivare alla propria famiglia e al classico “come cucina mia madre non cucina nessuno”. Milano sa scherzare più su se stessa e sul suo lasciarsi andare alla giostra del lavoro, del glamour, delle week, dei brief e controbrief, con Beppe Sala grande PR della città. E comunque questo aspetto della città mi appartiene totalmente, perché alla fine sono un iperattivo, come ti dicevo prima parlando dei podcast sempre nell’orecchio.

Mi ha incuriosito molto la scelta dei filtri Instagram per raccontare queste due città.

Faccio con quello che ho, altra cosa molto romana. Il filtro che utilizzo per Mama l’avevo visto da una mia amica, romana, e l’ho proprio copiato pensando: “Ammazza quanto fa ridere questa cosa, vorrei utilizzarla anche io con questo accento romano e ciacione”. Il filtro “milanese” invece l’ho trovato su Snapchat e ci ho incollato sopra un voce acuta, che chiude gli accenti, tipica della ragazza HR/marketing milanese, che fa una vita tremenda di privazioni col sushi, col poke, col camparino. Devo dire che è una grande svolta quella dei filtri, pensa la fatica che dovevano fare prima i comici per mascherarsi, truccarsi, pettinarsi etc.

Ultima domanda: la fissa per il twerking da dove arriva?

In realtà è più una fissa più del mio pubblico. A me in generale diverte ballare, specialmente in contesti fuori luogo. Il twerking non pensavo fosse una cosa così speciale, però il pubblico impazzisce e lo chiede e ormai è diventato un marchio di fabbrica. Penso che la cosa fondamentale sia che riesco a farlo con la faccia seria. Effettivamente fa molto ridere!



Piuttosto vi faccio ridere: Pierluca Mariti