Riadattare oggi: il caso di Cut!, il prestigioso remake francese…

Eh, un altro remake, sai che novità. Giusto?
Ah signora mia, ma le idee originali? Non ce le ha più nessuno? No? Ma non potrebbero inventare delle cose nuove, tanto per cambiare? Hahahahaha (rido perché quel “tanto per cambiare” era sarcastico).
Sigla:

Guardate, mi sono un po’ stancato e vi rispondo una volta per tutte.
Siete pronti?
Via:

ELENCO TOTALE DEI FILM ORIGINALI ENTRATI NELLA TOP 20 DEL BOX OFFICE MONDIALE NELLE ANNATE 2009-2022
(no sequel, no reboot, no libri, no fumetti, no videogiochi, no eventi storici o biografie di gente famosa, no adattamenti di brand qualsiasi già conosciuti)*

  • 2022: The Lost City, posizione 19, 190 milioni; Smile, posizione 20, 189 milioni (annata ancora in corso).
  • 2021: Free Guy, posizione 14, 330 milioni.
  • 2020: Tenet, posizione 5, 365 milioni.
  • 2019: nessuno (il primo è C’era una volta a Hollywood, posizione 24, 374 milioni).
  • 2018: nessuno (il primo è A Quiet Place, posizione 32, 340 milioni).
  • 2017: nessuno (il primo è Split, posizione 34, 278 milioni).
  • 2016: La La Land, posizione 17, 447 milioni.
  • 2015: San Andreas, posizione 16, 473 milioni.
  • 2014: Interstellar, posizione 10, 677 milioni; Lucy, posizione 18, 458 milioni.
  • 2013: Gravity, posizione 8, 723 milioni; Pacific Rim, posizione 16, 411 milioni.
  • 2012: Ted, posizione 12, 549 milioni; Django Unchained, posizione 16, 425 milioni.
  • 2011: nessuno (il primo è Le amiche della sposa, posizione 22, 288 milioni).
  • 2010: Inception, posizione 4, 826 milioni; Il cigno nero, posizione 16, 329 milioni.
  • 2009: Avatar, posizione 1, 2 miliardi e 7; 2012, posizione 5, 769 milioni; Una notte da leoni, posizione 10, 468 milioni; Bastardi senza gloria, posizione 20, 321 milioni.

Fonte: Box Office Mojo

(*anche no film d’animazione, e no film cinesi che hanno incassato quasi solo in Cina, che in entrambi i casi le strategie commerciali sono completamente diverse)

Prego, prego, niente di che, ci ho messo 10 minuti. Davvero.
Oltre alla posizione ho messo anche l’incasso perché sapete com’è, un Marvel costa 200 milioni, se un film originale suda per incassarne 400 fai fatica a chiedere lo stesso budget.
Si potrebbero fare mille analisi del perché e del per come, ma il colpo d’occhio è desolante: quando va bene i film originali in Top 20 sono due, quando va male nessuno. Nessuno.
E i tentativi non sono di certo mancati. Stanno tutti sotto.
Fate un bello screenshot e tenetevelo da parte per le occasioni propizie.

Del remake turco di E.T. vi parlo un’altra volta

Insomma, spero sia chiaro una volta per tutte perché Hollywood produce una valanga di adattamenti/remake.
Anche a basso budget! Fa comodo pure quando hai pochi soldi e poche ambizioni.
Perché pensateci: ormai il fatto di essere un adattamento è un selling point già di per sé.
Cosa dice allo spettatore medio – non voi, voi siete attenti e avanzati – il fatto che un film sia un adattamento di qualcos’altro?
Se lo conoscono, bene: non hanno bisogno di niente, non c’è bisogno di spendere soldi a spiegare nulla.
Se non lo conoscono dice: “OH” (dice proprio così, “OH!”) “questa roba è tratta da qualcosa che è piaciuto! È per questo che la stiamo rifacendo! Non siamo dei pazzi furiosi che pretendono di proporvi qualcosa così a ufo, senza uno straccio di peer review, solo perché a noi sembra una buona idea: questa idea è già stata testata, e con un successo tale che abbiamo deciso di riproporla!”.
È una garanzia.
È una garanzia spesso puramente subliminale – non sei costretto a conoscere la fonte, non sei costretto ad essere attento a come sono andate le cose dietro le quinte, dove magari fumetto e film sono stati pensati contemporaneamente dalla stessa persona che ha nasato il trucco – ma sul pubblico casuale (e anche al momento di trovare finanziamenti) funziona.
Indipendentemente dal budget e dalle mire che hai, è una scorciatoia di marketing.
È come quando esce un film e in tempo zero ti fanno sapere che stanno preparando un sequel. Anche – forse soprattutto – se il primo weekend sta male. Loro annunciano “stiamo preparando un sequel” e qualcuno inconsciamente pensa “ah ma allora se ci credono così forte forse ho capito male e questo primo capitolo devo recuperarlo!”. Lo fanno sempre. Ma di che stiamo parlando, l’hanno fatto per Terminator Salvation! L’hanno fatto per I fantastici 4 di Josh Trank!!! Non cedono e non ammettono l’eventuale fiasco per almeno un anno.
Qualsiasi cosa vale.
Valgono ovviamente anche i piccoli successi di culto girati in lingua non anglosassone.
Oldboy, REC, Let the Right One In, Martyrs… Ce ne sono tantissimi, elencateli pure nei commenti che so che vi piace citare cose che io non ho citato, mi son fermato a quattro apposta per lasciarvi divertire.
Per il momento ci siamo ancora schivati The Raid, ma vi garantisco che ci stanno provando dal 2013, e hanno già cambiato un pugno di registi.
Comunque, questo per dire che non mi sarei stupito se avessero annunciato il più classico dei remake hollywoodiani per quella che, se chiedete a me, è una delle commedie più esilaranti degli ultimi vent’anni: il giapponese One Cut of the Dead (uscito in Italia con il titolo assolutamente random di Zombi contro Zombi).
E invece, oibò, l’hanno fatto in Francia.

Et voilà

Io già mi vedevo un copione offerto in lungo e in largo per gli studios grandi e piccoli di Hollywood, finché non veniva preso su da un giovane regista insicuro che pensa “in questo momento della mia carriera è più importante fare qualcosa di cui non vergognarmi o accettare un progetto qualsiasi tanto per fare due spicci e avere un minimo di visibilità?” e cede alla seconda opzione.
E invece l’hanno fatto in Francia.
E questa cosa smonta un po’ tutta la premessa, perché il mercato francese è roba che riguarda loro e non ha nulla a che vedere con le esigenze hollywoodiane. Mi risulta che ogni tanto fanno remake, ma che non sono così dipendenti da brand e properties come in USA.
Tranne che è successa una cosa persino peggiore: l’ha fatto Michel Hazanavicius.
“Ma come peggiore Nanni, Hazanavicius non è il primo pirla che passa, ha vinto gli Oscar per The Artist! C’hai i pregiudizi? Cioè lo capirei se avessi dei pregiudizi, non sono scemo, ti seguo da anni e so che The Artist non è il tuo genere e anche se lo fosse non stiamo esattamente parlando della nuova venuta di Billy Wilder o cose simili. Però oh, almeno è uno affermato che non si dedicherebbe a un’operazione del genere se non avesse una sua visione, una sua chiave di lettura, no?”
Hai ragione Fabrizio, e ti ringrazio per l’inattesa comprensione.
Prima di vederlo ero tranquillo e la pensavo come te, e il punto è che ora effettivamente sto parlando dopo averlo visto.

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L’insostituibile Yoshiko Takehara

Ci sono due macro-problemi con questa versione di One Cut of the Dead.
Il primo è che l’originale è un low budget giapponese girato con mezzi semi-casalinghi il cui scopo è sostanzialmente esaltare lo spirito di sacrificio e creatività che emerge quando devi girare appunto un low budget e risolvere un numero insensato di problemi, spesso in contemporanea, con pochissime risorse; il remake invece è girato da un regista Premio Oscar con tutto il budget che vuole, con tutti i mezzi che vuole, con una lista lunga così di attori nazionali e internazionali che accetterebbero un ruolo anche alla cieca, e con un curriculum complessivo che nella più generosa delle ipotesi ricorda quella volta che Enrico Ruggeri incise Punk prima di te.
Questo film, per dire, ha aperto il Festival di Cannes.
Ha aperto il Festival di Cannes.
Il secondo problema è: in cosa consiste l’approccio autoriale dell’autore Premio Oscar Michel Hazanavicius all’adattamento del pre-esistente cult giapponese low budget One Cut of the Dead?
Semplice: l’ha fatto uguale.
Ma proprio uguale.
Ma letteralmente uguale.
Lo stesso concetto, la stessa struttura, gli stessi personaggi, lo stesso svolgimento, tutte le stesse situazioni e sottotrame, tutte quante le stesse gag, lo stesso finale.
È la fotocopia, e faccio prima a elencare le differenze.
Differenza n.1: gli attori non parlano in giapponese, ma in francese. Avete visto One Cut of the Dead e vi siete detti “mica male, ma mi chiedo come suonino le stesse gag in francese”? Ho una grande notizia per voi: siete stati accontentati.
Differenza n.2: quasi tutti gli attori sono diversi. Quasi, perché giustamente pure Hazanavicius si è accorto che un’altra con una fazza incredibile come Yoshiko Takehara non la trovi facilmente, per cui ha tenuto direttamente lei.
Differenza n.3, quella più macroscopica: per qualche ragione il film si pone come specie di sequel di quello giapponese, e la cosa non ha il minimo senso. Cioè: dopo un incipit identico, la trama consiste in Yoshiko Takehara che, sempre nei panni di Madame Matsuda, sarebbe rimasta talmente contenta dell’esperienza di girare un film di zombi in piano sequenza e in presa diretta da volare in Francia per fare la stessa cosa. Si accenna vagamente a un discorso di (in)traducibilità delle differenze culturali, che poteva essere la chiave vincente del progetto, ma in realtà non va da nessuna parte in particolare. Soprattutto però, si deve accettare che in questo film succedono esattamente le stesse cose, gli stessi incidenti, le stesse problematiche della versione giapponese (il regista che strippa, la moglie che perde il controllo, la comparsa che si ubriaca male, ecc… su su fino alla famosa inquadratura dall’alto nonostante la gru rotta) e a Madame Matsuda non viene mai uno straccio di deja-vu, anzi.
Differenza n.4: magari a questo punto vi state aspettando lo Psycho di Gus Van Sant ma non è proprio così. È ovvio che Hazanavicius cambia qualche dettaglino qua e là, se vogliamo essere generosi ci aggiunge il personaggio del dj che fa la colonna sonora in diretta, e ha la prontezza di riflessi di riadattare il protagonista maschile in una parodia di Timothée Chalamet, ma è tutto talmente ininfluente che mette solo tristezza. Ed è ininfluente nel migliore dei casi: nel peggiore, cambia in peggio smorzando la gag originale. Il caso più eclatante, che sfiora la mancata comprensione del testo, è appunto l’incipit (seguono vaghi spoiler sulla struttura di One Cut of the Dead ma, sinceramente, che minchia state leggendo fin qua a fare se non l’avete visto? Correte a recuperarlo). One Cut of the Dead parte con un piano sequenza di 37 minuti che è un horror di zombi che diventa il dietro le quinte di un horror di zombi che diventa vera invasione di zombi che si scopre poi essere un meta-film di zombi ambientato durante le riprese di un film di zombi: funziona perché, nonostante diversi momenti strani, ad ogni passaggio “ci caschi” e – nel contesto comunque di una horror comedy – pensi di stare assistendo al piano narrativo della realtà; funziona perché quando si arriva alla fine e vedi tutti i retroscena sai che comunque il fittizio “pubblico a casa” non ha motivo di sospettare nulla, perché tu eri uno di loro nella prima mezzora di film. Hazanavicius invece – madonna quante domande vorrei fargli – esagera da subito con le gag, leva immediatamente uno strato di significato e, dal minuto 1, capisci che stai guardando gente che sta cercando di girare un film meta-horror in cui diverse cose vanno platealmente storte. Anche senza tener conto del fatto che i personaggi interpretati da attori francesi mantengono i nomi giapponesi dell’originale – gag che viene spiegata solo dopo e che di nuovo, non aggiunge gran ché.

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Come con ogni low budget underground guerrilla movie che si rispetti, Hazanavicius e il suo cast inaugurano il Festival di Cannes

Non so, fosse stato il solito remake hollywoodiano appioppato su commissione a un giovane emergente in cerca di visibilità avrei lasciato perdere. Tutto sommato ha i difetti standard per un’operazione di quel tipo.
Ma il fatto che ci sia messo uno come Hazanavicius è mortificante.
Funziona, se non si conosce l’originale?
È un po’ una domanda del cazzo in un contesto del genere, ma la risposta è che suppongo di sì.
Ho visto entrambi i film al Frightfest: durante l’originale, ho assistito a una sala di 700 persone esplodere dalle risate a getto continuo a livelli che, vi giuro, non avevo mai visto in vita mia; durante il remake, ha riso una persona sola. Il mio vicino di poltrona. Gli ho chiesto “Dave, ma l’avevi visto l’originale?” “No. È per questo che ridevo solo io?” “È probabile di sì, Dave”.
E quindi per quel che mi riguarda il modo più generoso in cui la si può mettere giù è che Hazanavicius abbia creato un impietoso monumento alla bancarotta creativa.
Ma continuo a pensare a lui che ha i soldi per fare quello che gli pare, a lui che ottiene l’apertura del Festival di Cannes di pura reputazione, a lui che decide di prendere un cult giapponese low budget dalla distribuzione globale ma tutt’altro che massiccia e rifarlo identico. Penso a lui che cita esplicitamente l’originale per pararsi moralmente il culo. Ma quanti avevano visto l’originale, in sala a Cannes? E quanti l’avevano visto, tra il pubblico generalista francese che è corso in sala a vedere l’ultima opera di uno dei loro registi più titolati?
Penso al mio vicino di poltrona Dave che ride sguaiatamente da solo al cinema a gag che tutti gli altri avevano già visto altrove, da cui solo lui era colto di sorpresa.
E mi si insinua il pensiero che Hazanavicius abbia voluto arrivare primo alla corsa al remake per buttarsi su un film “facile”, e approfittare della maggiore visibilità per farsi subdolamente bello con trovate non sue.
Ed è un pensiero davvero stronzo.
Non ci voglio pensare. Non lo voglio sapere.
Io, da parte mia, ho guadagnato una risposta pronta alla domanda su qual è il film più artisticamente detestabile degli ultimi 20 anni, e sto.

Quote che avrei voluto mettere su volantini distribuiti per tutta Cannes:

“Il film più artisticamente detestabile degli ultimi 20 anni”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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Non fate incazzare Shin’ichirô Ueda

P.S.: no, tranquilli, non mi sfugge l’ironia sul fatto che pure l’originale di Shin’ichirô Ueda ha avuto problemi con accuse di plagio. È letteralmente impossibile trovare notizie su Ghost in the Box, uno spettacolo teatrale di Ryoichi Wada andato in scena fra il 2011 e il 2014, da cui si dice che One Cut of the Dead abbia tratto forte ispirazione. Ve lo giuro, letteralmente impossibile: ho scritto “ryoichi weda ghost in the box” su Google e mi sono spinto fino alla quinta pagina. La quinta pagina! Praticamente il dark web. Ma se ne parla solo come postilla ad articoli su One Cut of the Dead. Non sono manco riuscito a trovare una sinossi. Ueda aveva ammesso di aver preso ispirazione dalla struttura generale in cui prima vedi l’opera e poi vedi la sua realizzazione, ma sostiene che tutto il resto sia frutto totalmente indipendente della sua creatività. Si sa soltanto che alla fine è stato risolto tutto amichevolmente, con Ueda che concede il credit a Wada alla voce “ispirato da”. Ah signora mia, ma le idee originali? Non ce le ha più nessuno? No? Ma non potrebbero inventare delle cose nuove, tanto per cambiare? Hahahahaha (rido perché quel “tanto per cambiare” era sarcastico).

Riadattare oggi: il caso di Cut!, il prestigioso remake francese…