Cassazione, diritto alla privacy e diritto di difesa in giudizio: come bilanciarli?

bilanciamento privacyNell’ ordinamento italiano, un primo, formale riconoscimento del diritto alla protezione dei dati personali si è avuto con la legge 31 dicembre 1996, n. 675, “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, oggi sostituita dal Codice in materia di protezione del dati personali (il d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196), meglio conosciuto con il nome di “Codice della Privacy”, che stabilisce chiaramente che la privacy non è solo il diritto a non vedere trattati i propri dati senza consenso, ma anche all’adozione di cautele tecniche ed organizzative che devono essere rispettate perché si possa procedere in maniera corretta al trattamento dei dati altrui.

Chiaramente, il diritto alla privacy, come altri, deve essere collocato in un delicato sistema di bilanciamento tra diritti. Lo stesso GDPR, il Regolamento europeo 2016/679 di riferimento in materia di tutela della privacy, al considerando 4 stabilisce espressamente che “Il trattamento dei dati personali dovrebbe essere al servizio dell’uomo. Il diritto alla protezione dei dati di carattere personale non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità. […]”.

Si pone dunque la necessità di configurare un’applicazione del diritto alla privacy che non pregiudichi l’esercizio di altri diritti, e dunque una tutela dell’interesse alla protezione dei dati personali che non pregiudichi altri interessi giuridicamente rilevanti.

Come si avrà modo di vedere nel corso della presente trattazione, nel Codice della privacy non manca un’espressa regolamentazione di tale esigenza di bilanciamento rispetto a determinati interessi, ma un ruolo chiarificatore in tal senso è senz’altro ricoperto dalla giurisprudenza.

Si consideri, a titolo esemplificativo, il recente intervento della Cassazione civile che, con l’ordinanza 19 novembre – 13 dicembre 2021, n. 39531 (testo in calce), è intervenuta proprio sulla questione del bilanciamento tra il diritto alla privacy e, in questo caso specifico, il diritto di difesa in giudizio.

In tale sede, la Corte ha enunciato il principio in base al quale il diritto di difesa in giudizio prevale sul diritto alla riservatezza dei dati personali, qualora tali dati siano necessari per finalità, appunto, di tutela giudiziale, seppur in presenza di determinate condizioni.

Il caso

Il caso oggetto della pronuncia della Corte riguardava, come già anticipato, il diritto alla protezione dei dati personali e la necessità un bilanciamento tra quest’ultimo e il diritto di difesa in giudizio, nello specifico contesto di una controversia in materia ereditaria relativa ad un fondo pensione.

La pronuncia della Corte è arrivata in seguito al ricorso proposto avverso una sentenza del Tribunale di Rovereto da parte dell’associazione Fondo Previndai, Fondo di previdenza a capitalizzazione per i dirigenti di aziende industriali.

Con sentenza del 13 febbraio 2019, il Tribunale in questione aveva infatti accolto una domanda di accesso alla documentazione e ai dati relativi alla posizione di previdenza complementare ed ai beneficiari di un fondo pensione gestito da Previndai e intestato al marito della richiedente. Il Tribunale aveva dunque ordinato all’ente gestore di consentire alla ricorrente di accedere a tutti i dati summenzionati e di consegnarne una copia alla richiedente stessa.

Il giudice del merito aveva infatti rilevato come la domanda fosse motivata dal fatto che la ricorrente aveva appreso che il marito, in condizioni di salute già gravemente compromesse, aveva provveduto alla sostituzione dei beneficiari del fondo, indicando altri soggetti al posto della moglie e della figlia; da ciò, la sua scelta di promuovere un giudizio di riduzione per lesione di legittima o l’azione di annullamento ex art. 428 cod. civ., anche per conto della figlia, ancora minorenne, per la quale la ricorrente aveva accettato l’eredità con beneficio di inventario previa autorizzazione del giudice tutelare. Il tribunale aveva reputato la domanda fondata, posto che l’art. 24, d.lgs. n. 196 del 2003, al tempo dei fatti ancora vigente e rubricato “Casi nei quali può essere effettuato il trattamento senza consenso”, contemplava la necessità di difesa in giudizio come motivo di accesso ai dati, tutelando tale interesse come giuridicamente prevalente.

Come anticipato, contro la sentenza in questione era stato allora proposto ricorso per cassazione dal Fondo di previdenza.  

Con particolare riferimento alla disciplina in materia di protezione dei dati personali, il ricorrente aveva dedotto la violazione e la falsa applicazione degli artt. 9 e 24 d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, entrambi vigenti all’epoca dei fatti. Nello specifico, secondo il ricorrente, il giudice del merito aveva mancato di applicare l’art. 9 (ora art. 2- terdecies), relativo alle modalità di esercizio del diritto di accesso ai dati personali ex art. 7, che prevedeva l’ostensione dei soli «dati personali concernenti persone decedute», ma non di terze persone. Secondo il ricorrente, il principio, valido per le polizze assicurative sulla vita, si estendeva anche ai fondi pensione complementari ex art. 14, comma 3, d.lgs. n. 252 del 2005 (“Disciplina delle forme pensionistiche complementari”), avendo anche la Commissione di vigilanza sui fondi pensione chiarito, negli orientamenti del 15 luglio 2008, che il beneficiario acquista il diritto iure proprio.

Al contrario, secondo il ricorrente l’art. 24 d.lgs. n. 196 del 2003 doveva essere invece inteso in senso restrittivo, poiché poneva un’eccezione al diritto alla riservatezza; l’accesso ai dati previsto dalla norma, peraltro, secondo la ricostruzione del ricorrente, non poteva essere esercitato in via esplorativa, e cioè in mancanza di un giudizio già intrapreso, ma solo in presenza di un giudizio già pendente.

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La ricostruzione della Corte e il bilanciamento di diritti

Con la propria ordinanza, la Corte ha rigettato le motivazioni addotte dal ricorrente. Con particolare riferimento alle eccezioni sollevate da quest’ultimo in relazione alle disposizioni contenute nel Codice della privacy, la Cassazione ha evidenziato innanzitutto come la questione non vertesse attorno all’art. 9, bensì all’art. 24, che doveva essere dunque considerata la norma di riferimento nel caso in esame.

La Cassazione ha poi evidenziato come non fosse senz’altro possibile ignorare un proprio precedente, citato peraltro anche dal ricorrente (Cass. 8 settembre 2015, n. 17790), che aveva negato agli eredi il diritto di accesso ai dati identificativi di terze persone, vale a dire i beneficiari della polizza sulla vita stipulata dal de cuius, perché in quel caso il giudice del merito, accogliendo la tesi del ricorrente, aveva ritenuto applicabile l’art. 9 d.lgs. n. 196 del 2003, che la Corte aveva interpretato come relativo ai soli dati del de cuius.

Secondo la Corte, in quel caso non vi era alcun dubbio sulla correttezza di tale interpretazione, poiché la norma si riferiva ai dati del dante causa. Tuttavia, nel caso oggetto dell’ordinanza in esame, secondo la Cassazione la questione non era relativa ai dati del dante causa e alla loro rettifica o cancellazione, o ad altro diritto a tutela del medesimo, ma ad una domanda di accesso a dati di terzi finalizzata alla difesa giudiziaria.

Ciò che rilevava nel caso in esame era dunque il motivo della richiesta di accesso ai dati di terzi, che era rappresentato dalla difesa giudiziaria.

Secondo la Cassazione, perciò, il fulcro dell’indagine era rappresentato dalla corretta interpretazione della più volte citata disposizione di cui all’art. 24 Codice della privacy.

L’ormai abrogato art. 24 prevedeva gli specifici “casi nei quali può essere effettuato il trattamento senza consenso”, fra cui, al comma 1, lett. f), anche l’esigenza di “far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento”.

Detto ciò, la Cassazione ha quindi richiamato la propria giurisprudenza sul punto, evidenziando come avesse più volte precisato che l’art. 24 escludesse la necessità del consenso dell’interessato, qualora il trattamento dei dati fosse necessario per far valere o difendere un diritto in giudizio, peraltro anche qualora tali dati non riguardassero una parte del giudizio in cui la produzione viene eseguita. L’unica condizione richiesta per accedere a tali dati è che essi siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento, e dunque nella misura in cui la produzione sia pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalità, con utilizzo dei dati esclusivamente nei limiti di quanto necessario al legittimo ed equilibrato esercizio della difesa (cfr. Cass. 3 aprile 2014, n. 7783, non mass.; Cass. 20 settembre 2013, n. 21612; Cass. 11 luglio 2013, n. 17204; Cass. 11 luglio 2013, n. 17203). La Corte ha inoltre fornito ulteriori indicazioni su tale questione, sottolineato come la pertinenza dei dati rispetto alla tesi difensiva debba essere verificata “nei suoi termini astratti e con riguardo alla sua oggettiva inerenza alla finalità di addurre elementi atti a sostenerla”, e non nella sua concreta idoneità a provare la tesi stessa o avendo riguardo alla ammissibilità e rilevanza dello specifico mezzo istruttorio” (cfr. Cass. 20 settembre 2013, n. 21612).

Secondo il giudice del ricorso, i precedenti della Corte hanno concorso a delineare sul tema un principio generale, ricavabile dal diritto positivo e volto a favorire la tutela del diritto alla difesa di cui all’art. 24 Cost. Tale principio generale deriva dall’art. 51 c.p., riguardante l’esimente dell’esercizio di un diritto; dagli artt. 93 e 94 L. 22 aprile 1941 n. 633, legge sul diritto d’autore, in base alla quale la corrispondenza, anche qualora abbia carattere confidenziale o si riferisca alla intimità della vita privata, può essere divulgata senza autorizzazione, quando la conoscenza dello scritto sia richiesta ai fini di un giudizio civile o penale; dalle specifiche norme del codice dei dati personali, fra cui proprio l’art. 24  del Codice della privacy (Cass. 20 settembre 2013, n. 21612).

Secondo la Cassazione, “è, pertanto, individuabile il principio secondo cui l’interesse alla riservatezza dei dati personali deve cedere, a fronte della tutela di altri interessi giuridicamente rilevanti, e dall’ordinamento configurati come prevalenti nel necessario bilanciamento operato, fra i quali l’interesse, ove autentico e non surrettizio, all’esercizio del diritto di difesa in giudizio”.

Elementi determinanti nel bilanciamento appaiono dunque essere, nell’ottica adottata dalla Corte anche sulla scia di precedenti pronunce, l’autenticità e il carattere non surrettizio dell’interesse stesso, che possono essere determinati sulla base di vari parametri individuati, come visto prima, dalla giurisprudenza della Corte stessa, riferiti, ad esempio, al periodo di durata del trattamento dei dati in questione, o alla stringente pertinenza dell’accesso ad essi rispetto alla tesi difensiva.

La Cassazione ha poi aggiunto un ulteriore tassello, affermando che il principio sopra enunciato va completato affermando che la previa pendenza di un procedimento in cui sia parte il soggetto non è condizione necessaria per l’accesso ai dati, respingendo così la ricostruzione proposta nei motivi dal ricorrente in relazione a tale aspetto.

La Corte ha inoltre affermato che il diritto alla difesa giudiziale, anche mediante la conoscenza dei dati a ciò strettamente necessari, previsto dall’art. 24, comma 1, lett. f), non poteva essere interpretato in senso restrittivo, e cioè come correlato al solo titolare dei dati soggetti a trattamento. Al contrario, anche altri soggetti possono formulare la richiesta di accesso ai dati, purché portatori di un interesse tutelabile in sede giudiziaria e per la cui realizzazione sia indispensabile conoscere i dati personali richiesti (cfr. Cass. 3 aprile 2014, n. 7783). Il giudice del ricorso ha aggiunto poi che, ai sensi dell’art. 4 d.lgs. n. 196 del 2003, “dato personale” oggetto di tutela è qualunque informazione, relativa a una persona fisica identificata o identificabile, anche «indirettamente mediante riferimento a qualsiasi altra informazione», ed in tale nozione sono riconducibili anche i dati dei singoli beneficiari di una polizza o di un fondo di previdenza complementare, raccolti ed utilizzati per le finalità del fondo pensione. Ricordiamo che oggi l’art. 4 del d.lgs 196 del 2003 è stato abrogato, ma la definizione di “dato personale” resta oggi sostanzialmente immutata ed è fornita dall’art. 4 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR).

La Corte ha poi concluso la propria ricostruzione affermando che essa è sostenuta da una lettura complessiva del sistema, in particolare alla luce della recente riforma della materia avvenuta, come già evidenziato, nel 2018, nonostante l’abrogazione dell’art. 24.

Con particolare riferimento ai dati personali delle persone decedute, l’art. 2-terdecies, comma 5, del d.lgs. n. 196 del 2003, rubricato “Diritti riguardanti le persone decedute” e introdotto, appunto, dall’art. 2, comma 1, lett. f), d.lgs. 10 agosto 2018, n. 101, ha espressamente affermato, in tema di diritti riferiti ai dati personali concernenti persone decedute, che essi possono essere esercitati da chi abbia un interesse proprio o agisca a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione, salvo che (limitatamente all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione) l’interessato lo abbia espressamente vietato con dichiarazione scritta; la norma stabilisce però che, in ogni caso, “il divieto non può produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte dei terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato nonché del diritto di difendere in giudizio i propri interessi”.

In conclusione, secondo la Cassazione, il principio precedentemente enunciato in relazione al bilanciamento tra diritto alla privacy e diritto di difesa in giudizio, se declinato con riferimento alla situazione oggetto del caso (vale a dire una controversia relativa all’accesso ai dati del beneficiario della posizione previdenziale di un fondo pensione nel contesto di una controversia in materia ereditaria), assume la seguente configurazione: “È legittima l’ostensione dei dati del beneficiario della posizione previdenziale di un fondo pensione, allorché il richiedente alleghi l’interesse, concreto e non pretestuoso, ad intraprendere un giudizio nei confronti del soggetto in tal modo designato dall’aderente al fondo, come allorché la richiesta provenga dal legittimario del de cuius”.

CASSAZIONE CIVILE, ORDINANZA N. 39531/2021 >> SCARICA IL TESTO PDF

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