La Cassazione interviene sui limiti di liceità della parodia di Zorro

Orientamenti giurisprudenziali

Conformi:

Corte giust. UE 3 settembre 2014, C-201/13,

Difformi:

Non si rinvengono precedenti in termini

La società statunitense Zorro Productions Inc. ha evocato in giudizio CO.GE.DI. International – Compagnia Generale Distribuzione s.p.a. deducendo di essere titolare del diritto di sfruttamento economico del personaggio di Zorro nonché dei marchi denominativi e figurativi incentrati sulla detta figura letteraria, creata nel 1919 dallo scrittore Johnston McCulley; ha lamentato che la convenuta avesse commissionato una campagna televisiva e radiofonica in cui il personaggio in questione pubblicizzava l’acqua minerale Brio Blu, così violando i richiamati diritti di proprietà intellettuale facenti capo ad essa attrice. Ha quindi domandato giudizialmente di dichiarare la propria titolarità sia del diritto d’autore sul nome e sul personaggio di Zorro, sia dei marchi che aveva provveduto a registrare, e che riguardavano il detto personaggio.

Nel costituirsi in giudizio CO.GE.DI. ha proposto domanda riconvenzionale onde sentir dichiarare cadute in pubblico dominio tutte le opere create prima del 1951 dallo scrittore Johnston McCulley e decaduti per non uso, limitatamente alle bevande analcoliche, i marchi azionati da controparte.

Il Tribunale di Roma ha pronunciato sentenza non definitiva con cui ha dichiarato che la convenuta aveva violato i diritti di privativa fatti valere tramite la diffusione, nell’anno 2007, per televisione e in via radiofonica, della campagna pubblicitaria dell’acqua minerale Brio Blu.

La pronuncia è stata impugnata sia da CO.GE.DI., in via principale, che da Zorro Productions, in via incidentale. La Corte di appello di Roma ha riformato la pronuncia di primo grado e ha respinto tutte le domande attrici in base al rilievo, ritenuto assorbente rispetto ad ogni altra questione dibattuta fra le parti, della caduta in pubblico dominio del personaggio di Zorro.

Proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello, la Suprema Corte ha annullato la pronuncia impugnata escludendo la detta caduta in pubblico dominio dei diritti di sfruttamento vantati da Zorro Productions.

Il giudizio è stato riassunto avanti alla Corte di Roma che ha pronunciato in data 24 novembre 2018 sentenza con cui, in sintesi, è stato affermato: che la sola utilizzazione di un personaggio di fantasia, notoriamente collegato ad opere letterarie ed artistiche di cui altri detenga i diritti di privativa, ben può integrare una violazione dei diritti d’autore, in presenza di una imitazione servile; che detta imitazione non può essere considerata lecita in ragione del fatto che lo spot pubblicitario sia consistito in una semplice parodia del personaggio di Zorro; che infatti, per un verso, non aveva trovato attuazione del nostro ordinamento la previsione di cui all’art. 5, comma 3, dir. 2001/29/CE che ha espressamente riservato agli Stati membri la facoltà di prevedere, quale eccezione al diritto di riproduzione e di comunicazione al pubblico, l’utilizzo a scopo di caricatura, parodia o pastiche; che, per altro verso, nella fattispecie non si era in presenza dell’elaborazione di un’opera originale che presentasse un riconoscibile apporto creativo teso a promuovere nuove idee o nuovi messaggi dell’autore verso il pubblico.

Ricorre per cassazione, con cinque mezzi di censura, CO.GE.DI.

La Suprema Corte, in accoglimento del primo motivo di ricorso principale, cassa con rinvio la sentenza impugnata.

In particolare, la Suprema Corte ha precisato che la parodia di un’opera altro non è che una rielaborazione attuata attraverso una imitazione caricaturale fatta con finalità satiriche, umoristiche, comunque critiche; tale può considerarsi anche la parodia di un personaggio della fantasia.

Il connotato proprio della parodia riposa nell’assunzione, quale fondamentale suo riferimento, di un’opera o di un personaggio originali, da cui poi ci si discosta allo scopo di trasmettere un messaggio diverso da quello avuto di mira dall’autore dell’opera o del personaggio in questione. Evidente è, pertanto, la differenza tra chi attua un’attività di mera riproduzione ― nelle diverse forme del mero plagio, quale pedissequa imitazione, e della contraffazione, quale copiatura attuata con differenze di semplice dettaglio ― e chi, con la parodia, reinterpreta l’opera o il personaggio e ne declina altrimenti il senso, veicolando, in tal modo, un messaggio nuovo.

La parodia è quindi opera dell’ingegno autonoma rispetto all’originale, ponendosi essa in antinomia con quanto oggetto del travestimento.

È, questa, una connotazione che inerisce a un’accezione condivisa del genere «parodia»: a un significato del termine, nella sua declinazione giuridica, che appartiene alla nostra tradizione dottrinale, la quale ha individuato, fin dagli inizi del secolo scorso, l’elemento caratterizzante dell’opera parodistica nell’«infusione di una nuova diversa vitalità dell’opera imitata, anche senza molte e grandi variazioni di forma» e conferito così rilievo al «diverso spirito animatore della nuova opera», il cui valore creativo non è pregiudicato dall’identità o quasi identità delle forme espressive riconducibili, rispettivamente, alla parodia e all’opera parodiata.

Di qui la differenza tra contraffazione e parodia, magistralmente scolpita in queste poche parole: «o si tratta di riproduzione più o meno larvata dell’opera seria nella stessa serietà di tratti caratteristici, e si ha contraffazione più o meno volgare; o vi è una qualsiasi surrogazione del comico al tragico nella sostanza dell’opera primitiva, e si è in presenza di una parodia».

Ed è proprio in questa chiave che debbono leggersi gli arresti della nostra giurisprudenza di merito, che ha qualificato come parodia interventi, muniti di una qualche creatività, che, senza discostarsi dalla forma espressiva dell’originale, si sono rivelati capaci di stravolgere il significato di quest’ultimo: come nel caso della sostituzione di parole o lettere dei passi estratti dall’opera di riferimento, del mutamento degli elementi sintattici di un testo letterario, della derisoria interpretazione di un brano musicale.

Per realizzare tale risultato l’autore della parodia deve necessariamente accostare l’utente all’originale e reimpiegarne i contenuti.

Come è stato ben sottolineato dalla giurisprudenza di merito, la parodia «implica un ineliminabile carattere di parassitismo rispetto all’opera parodiata, nel senso che essa trova fondamento proprio nella preesistenza di un’opera di riferimento cui operare ripetuti rimandi in chiave deformante».

Si pone, allora, il problema della legittimità della trasformazione dell’opera, o del personaggio, a fini parodistici, giacché tale intervento potrebbe porsi in conflitto coi diritti esclusivi che competono all’autore dell’opera e ai suoi aventi causa.

La parodia non può essere ricondotta nella categoria delle elaborazioni creative di cui all’art. 4 l. n. 633/1941, in quanto non si pone in una relazione di «continuità» con l’originale (come accade, ad esempio, nel caso della traduzione linguistica, nell’ipotesi dell’adattamento attraverso cui un’opera è trasposta in una forma espressiva diversa, o ancora nel caso della realizzazione dell’edizione critica di un testo letterario), ma integra, come è stato incisivamente osservato, un vero e proprio «rovesciamento concettuale» della creazione cui intende riferirsi. Assimilare la parodia all’elaborazione creativa significherebbe, oltretutto, subordinare l’esercizio dei diritti di utilizzazione economica dell’opera parodistica al consenso dell’autore dell’opera parodiata, il quale, a mente dell’art. 18, comma 2, è titolare di un diritto esclusivo che comprende tutte le forme di modificazione, elaborazione e trasformazione dell’opera previste dal cit. art. 4: e ciò, come è stato sottolineato in dottrina e in giurisprudenza, porrebbe a rischio la sopravvivenza stessa del genere, essendo poco verosimile che l’autore di un’opera seria acconsenta al travisamento comico di questa.

In quest’ultima prospettiva è anzi da sottolineare come la conclusione esposta mal si concili col diritto alla libera manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost., oltre che col diritto di creazione artistica di cui all’art. 33 Cost. Per definire la questione che qui interessa occorre piuttosto guardare alla parodia proprio come manifestazione del pensiero.

L’art. 70, comma 1, L. n. 633/1941 consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico, se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.

Ora, il diritto di critica e di discussione può essere speso con diverse modalità, tra cui è ricompreso il registro ironico, utilizzato nella satira, e quello comico e burlesco, impiegato nella parodia, ove, attraverso l’uso della provocazione grottesca, si ridicolizzano elementi caratterizzanti di un’opera: attività, questa, che può lecitamente compiersi anche con riferimento a un personaggio di fantasia, di cui si deridano aspetti che lo contraddistinguono, come le fattezze fisiche, le qualità, gli atteggiamenti, con chiaro intento di rovesciare comuni stereotipi associati a quella identità letteraria o artistica.

Può osservarsi, infatti, che la citazione dell’opera, di cui è parola nel cit. art. 70, comma 1, è anche quella costruita intorno a un personaggio dell’opera stessa (il quale è in sé è suscettibile di tutela, come si è visto): e il mascheramento dell’eroe in pagliaccio ― per venire alla fattispecie che qui viene in esame ― è una delle forme più comuni di parodia del personaggio.

La liceità della parodia dell’opera o del personaggio creati da altri trova quindi il proprio fondamento nell’utilizzazione libera di cui al cit. art. 70, comma 1, L. n. 633/1942. Non contraddice tale ricostruzione l’art. 5, comma 3, 2001/29/CE (sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione), che accorda agli Stati membri la facoltà di disporre eccezioni o limitazioni ai diritti di riproduzione e di comunicazione di opere al pubblico, di cui rispettivamente agli artt. 2 e 3 della direttiva stessa anche nel caso, previsto dalla lett. k) del predetto articolo, quando «l’utilizzo avvenga a scopo di caricatura, parodia o pastiche».

Se è vero che non esiste, tra le norme nazionali che regolamentano le utilizzazioni libere atte a circoscrivere il diritto esclusivo dell’autore, una disposizione che puntualmente recepisca espressamente l’ipotesi di cui alla lett. k) cit. ― e che quindi espressamente faccia rientrare l’utilizzo dell’opera tra le eccezioni e le limitazioni ai suddetti diritti di riproduzione e comunicazione ―, è altrettanto vero che l’assenza di un intervento normativo nel senso indicato è da ascrivere al fatto che l’art. 70 già ricomprende l’eccezione di parodia, intesa come espressione del dritto di critica e discussione dell’opera protetta.

Anche il diritto armonizzato fornisce indicazioni quanto ai confini dell’espressione parodistica. La Corte di giustizia si è soffermata sulla previsione del cit. art. 5, comma 3, lett. k), chiarendo che la nozione di parodia costituisce una nozione autonoma del diritto dell’Unione: conclusione, questa, che ― è stato precisato ― non è inficiata dal carattere facoltativo dell’eccezione di parodia, giacché un’interpretazione secondo cui gli Stati membri che abbiano introdotto tale eccezione sarebbero liberi di precisarne i parametri in modo non armonizzato, con possibili variazioni da uno Stato membro all’altro, sarebbe contraria all’obiettivo di detta direttiva (così Corte giust. UE 3 settembre 2014, C-201/13, Johan Deckmyn e Vrijheidsfonds, 15 e 16, ove il richiamo a Corte giust. CE 21 ottobre 2010, C- 467/08, Padawan, 32 e 33).

Si è così chiarito che l’art. 5, comma 3, lettera k), deve essere interpretato nel senso che la parodia ha come caratteristiche essenziali, da un lato, quella di evocare un’opera esistente, pur presentando percettibili differenze rispetto a quest’ultima, e, dall’altro, quella di costituire un atto umoristico o canzonatorio; ha spiegato la Corte che la nozione di parodia, ai sensi di detta disposizione, non è soggetta a condizioni in base alle quali la parodia dovrebbe mostrare un proprio carattere originale, diverso dalla presenza di percettibili differenze rispetto all’opera originale parodiata, dovrebbe poter essere ragionevolmente attribuita ad una persona diversa dall’autore stesso dell’opera originale e dovrebbe essere incentrata proprio sull’opera originale o dovrebbe indicare la fonte dell’opera parodiata (Corte giust. UE, C-201/13, cit., 33).

L’applicazione, in una situazione concreta, dell’eccezione per parodia, ai sensi della richiamata disposizione, deve poi rispettare ― secondo la Corte ― il giusto equilibrio tra gli interessi e i diritti delle persone indicate agli articoli 2 e 3 della ricordata direttiva (vale a dire coloro che sono titolari dei diritti di riproduzione e di comunicazione al pubblico dell’opera) e la libertà di espressione dell’utente di un’opera protetta, il quale si avvalga dell’eccezione per parodia (Corte giust. UE, C-201/13, cit., 34). Tali criteri sono evidentemente applicabili mutatis mutandis all’ipotesi, che qui ricorre, della parodia del personaggio di fantasia. Tale è, dunque, il limite cui soggiace lo sfruttamento parodistico dell’opera o del personaggio altrui in base al diritto unionale.

Parrebbe porsi, al riguardo, un problema di coordinamento tra tale limite e quelli fissati dall’art. 70, comma 1, l. n. 633/1942: norma che, nel modulare l’utilizzazione libera per uso di critica (cui, si è detto, può essere ricondotta la parodia) prescrive che il riassunto, la citazione e la riproduzione di brani dell’opera protetta sia contenuta nei limiti giustificati da detta finalità e non debba dar vita a una concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa: elemento, quest’ultimo, che è evidentemente ben diverso dal semplice fine di lucro ― indebitamente valorizzato dalla Corte di appello ― che l’autore della parodia può di volta in volta collateralmente perseguire.

A ben vedere, però, queste condizioni si prestano ad essere lette nella prospettiva segnata dall’esigenza di preservare l’equilibrio di cui si è detto.

Sia la strumentalità dell’opera rispetto al fine (che è, qui, quello parodistico), sia l’assenza del rapporto concorrenziale con l’opera protetta rispondono infatti alle necessità proprie del richiamato bilanciamento, giacché una soluzione espressiva che trasmodi dallo scopo parodistico, tradendone il tipico registro (per scadere, in ipotesi, nella mera denigrazione) o che si ponga in competizione con l’opera parodiata (determinando il potenziale pregiudizio dei diritti di sfruttamento economico del titolare dell’opera protetta) svelano i contorni di uno scenario in cui la penalizzazione del diritto d’autore, nella sua duplice accezione di diritto morale e di diritto patrimoniale, non è giustificata dal diritto di libera espressione dell’ideatore della parodia.

L’affermazione contenuta nella sentenza di Corte giust. C-201/13 circa la necessità del bilanciamento costituisce del resto applicazione di un principio di carattere generale del diritto armonizzato nella materia che interessa, essendo stato più volte escluso, da parte della stessa Corte, che il diritto di proprietà intellettuale di cui all’art. 17, comma 2, della Carta di Nizza sia intangibile e che la sua tutela debba essere garantita in modo assoluto (Corte giust. UE 29 luglio 2019, C-476/17, 33; Corte giust. UE 27 marzo 2014, C-314/12, 61; Corte giust. UE 16 febbraio 2012, C-360/10, C-360/10; Corte giust. UE 24 novembre 2011, C-70/10, 43).

Questa esigenza di bilanciamento è desumibile pure da disposizioni della direttiva 2001/29/CE che valgono a circoscrivere la portata delle eccezioni e limitazioni ai diritti di riproduzione e comunicazione che competono in via esclusiva all’autore dell’opera.

Ve ne sono due, in particolare, che possono accostarsi alla necessità, posta dall’art. 70, comma 1, a che l’esercizio del diritto di critica si attui nei limiti giustificati da quel fine e 1 senza costituire concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.

L’art. 5, comma 3, lett. d), prevede, infatti, che le citazioni per fini di critica «si limitino a quanto giustificato dallo scopo specifico».

L’art. 5, comma 5, con una disposizione di chiusura, prescrive, poi, che le eccezioni e le limitazioni ai diritti esclusivi, che debbono essere applicate esclusivamente in determinati casi speciali e non devono essere in contrasto con lo sfruttamento normale dell’opera o degli altri materiali, «non arrechino ingiustificato pregiudizio agli interessi legittimi del titolare» (sul rilievo che assume tale disposizione sul piano del giusto equilibrio di cui si è detto, cfr. Corte giust., C-476/17, cit., 62).

Si conferma, così, che i limiti contemplati dal cit. art. 70, comma 1, L. n. 633/1941 non sono affatto eccentrici rispetto a quelli posti dalla direttiva, costituendone, piuttosto, puntuale espressione.

Ciò detto, la Corte distrettuale risulta aver subordinato l’elaborazione del personaggio Zorro in chiave parodistica a condizioni che risultano estranee alla disciplina positiva.

Il primo motivo è dunque fondato.

Sul punto possono enunciarsi i seguenti principio di diritto: «in tema di diritto di autore, la parodia costituisce un atto umoristico o canzonatorio che si caratterizza per evocare un’opera, o anche un personaggio di fantasia e non richiede un proprio carattere originale, diverso dalla presenza di percettibili differenze rispetto all’opera o al personaggio che sono parodiati. In tema di diritto di autore, la parodia deve rispettare un giusto equilibrio tra i diritti del soggetto che abbia titolo allo sfruttamento dell’opera, o del personaggio, e la libertà di espressione dell’autore della parodia stessa; in tal senso, la ripresa dei contenuti protetti può giustificarsi nei limiti connaturati al fine parodistico e sempre che la parodia non rechi pregiudizio agli interessi del titolare dell’opera o del personaggio originali, come accade quando entri in concorrenza con l’utilizzazione economica dei medesimi».

Esito:

Cassa, con rinvio, la sentenza n. 7475/2018 della Corte di appello di Roma depositata il giorno 24 novembre 2018.

Riferimenti normativi:

Art. 21 Cost.

Art. 3 Cost.

Art. 4, L. n. 633/1941

Art. 70, L. n. 633/1941

Art. 5, Dir. 2001/29/CE

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