LOUD AND PROUD FEST 2022

Foto di Paolo Manzi (Future Palace + Battle Beast) Luca Bernasconi.

07.09.2022

Milano dà il bentornato alla Champions League e al Loud and Proud Fest in una calda serata settembrina, celebrando al meglio – i nostri lettori di fede nerazzurra potrebbero un attimo dissentire, scusate – la fine dell’estate con eventi internazionali di gran prestigio. Internazionali sì, perché la scintilla che ha dato il là al festival è scoccata proprio dall’incendiaria esibizione dei finlandesi Battle Beast, accolti a gran voce dai duecento e passa fan presenti questa sera. Forti dell’ultimo, trascinante ‘Circus Of Doom’, i sei nordici hanno conquistato a colpi di accattivante power metal l’affollato pit del Legend Club, intrappolato per un’oretta e mezza nelle avvolgenti spire modellate dall’ugola di platino di Noora Louhimo, ad oggi forse la miglior cantante metal in circolazione. Ma non possiamo non spendere due parole anche sugli opener Future Palace, giovanissima band tedesca che ha travalicato il teutonico confine per dare sfoggio della propria tecnica e delle proprie capacità, riversate in una proposta musicale di tendenza e assolutamente al passo coi tempi. Il loro post-hardcore ha infatti saputo catalizzare fin da subito l’attenzione dei presenti, pronti a rispondere ad ogni cenno o saluto della bravissima singer Maria. Quanto più di lontano anni luce dal genere che va per la maggiore in redazione da noi, va comunque detto che lo stile dei Future Palace ha incontrato senza problemi i favori del sottoscritto, rimasto ben sorpreso dalle atmosfere che i tre hanno saputo creare con il loro mix di potenza e melodica modernità. Pensate ad una sorta di Guano Apes dei giorni nostri e avrete sommariamente disegnato nella mente quanto abbiamo appena provato a descrivervi. Tempo di lanciarci negli ultimi applausi e di salutare amici che non vedevamo da tanto, troppo tempo, ed ecco che nel locale cala di nuovo l’oscurità, principio dell’esplosione metallica che sarà da qui a poco lo show dei Battle Beast. Molti i brani pescati questa sera dall’ultimo ‘Circus Of Doom’, brani che hanno riempito una scaletta adrenalinica e deflagrante come poche, una sorta di colonna sonora per un’ipotetica sessione di aerobica in salsa metal. Della classe cristallina di Noora abbiamo già parlato in precedenza, ma ci sembra doveroso ribadire il concetto e ricordarvi ancora una volta quanto già segnalato nei precedenti articoli riguardanti il gruppo finlandese. Ma non è tutto, perché faremmo un torto a molti non citando l’eccelsa prova che ha visto protagonisti gli altri musicisti presenti sul palco. Simpaticissimi e assolutamente a proprio agio con i loro strumenti, ci hanno regalato una resa live di prim’ordine, arricchita da una fugace cover in italiano (sì, è successo di nuovo!) de ‘Il Mondo È Mio’, emozionante song pescata dalla colonna sonora del classico disneyano Aladdin e riproposta alla perfezione dall’esuberante bassista Eero Sipilä. Insomma, una serata di quelle da leccarsi i baffi per giorni e giorni, abbondante antipasto di quello che sarà l’intero festival. Un altro anno qui e un altro anno con voi; permetteteci un piccolo moto d’orgoglio e un ringraziamento di cuore a tutti coloro che hanno reso possibile questa manifestazione. Ma ora basta perderci nei ricordi, perché è già tempo di parlarvi della… [Martino Brambilla Pisoni]

08.09.2022

Seconda serata. Affluenza onestamente abbastanza scarsa questa sera, giustificabile comunque dal fatto che a Milano c’è stata una “tre giorni” di intensa attività live che ha soddisfatto i palati estremi (Mgla) e quelli più classici (con gli stessi Battle Beast, band che ha spopolato durante il primo giorno del nostro/vostro festival). Questa sera al Legend Club di Milano è di scena l’hard rock, da quello maggiormente viscerale e stradaiolo a quello più patinato, di classe, ai limiti con l’AOR più americano e profondo (anche grazie a splendidi testi che andrebbero letti e spiegati alle elementari, per sensibilizzare i bambini e insegnar loro cos’è l’empatia, invece che venir mollati dai genitori in un angolo, magari con in mano un tablet dove TikTok e Instagram insegnano loro quanto sia superficiale la vita) degli Edge Of Forever. Non molto tempo fa scrissi un report sul concerto della band di Alessandro Del Vecchio. Cosa vi devo dire ancora? Di quanto io ritenga sinceramente che la sezione ritmica sia una delle migliori in assoluto in ambito internazionale? Ve lo devo dire? Ve lo dico, cazzomene. Nicola Mazzucconi, oltre ad essere una delle persone più simpatiche e umili che io conosca, è anche un bassista fotonico. Ai limiti dell’atomico e ai confini del protonico il bassista di Bergamo ha un tiro pazzesco, groove, tecnica, feeling assoluto con lo strumento. Marco “Nick Menza” Di Salvia… boh, in quanti report e recensioni ho scritto che è uno dei batteristi migliori che io conosca? Se io formassi una band, alla batteria chiamerei lui. Bravo, scenografico, nato per stare su un palco. Sei anche bello… maledetto. Inutile che finga di non conoscerlo, sapete ormai tutti che Alessandro del Vecchio è praticamente un fratello per me, da quasi 10 anni. Stasera (adesso si incazza, già mi immagino la faccia spettacolare che starà facendo!) non è in formissima (non dire di no! Ti sento!). Diciamo che è al suo 85%. Il problema (per gli altri) è che il suo 85% è il 666% di un normale cantante in stato di grazia. Quindi il maledetto se la porta a casa anche stasera, con una voce potente, graffiante quanto serve, blues all’occorrenza, con un’estensione che sembra illimitata (fantastica la sua imitazione di Al Bano nel backstage) e un timbro bellissimo. Aldo Lonobile è un signor chitarrista, lo è sempre stato, e la sua poliedricità lo ha portato a diverse esperienze (pensiamo solo al suo “ruolo” di Al De Noble nei Death SS) che lo hanno arricchito di molteplici colori e capacità. Che band meravigliosa gli Edge Of Forever. Un genere che mi fa letteralmente schifo per una band che adoro e che lo suona alla stra-grande. Che paradosso che è a volte la musica. Se fossimo negli USA e negli anni 80 gli Edge Of Forever suonerebbero insieme a band come Foreigner, Toto e Journey, in stadi immensi. Andiamo a ritroso, perché non è che ha suonato solo Mr. AOR questa sera. Maledetto egocentrico. Xplicit ed Hell In The Club hanno scaldato i presenti alla grande. Se devo essere sincero gli Xplicit mi sono sembrati “frenati”. Come se il loro potenziale fosse di (numericamente parlando) 1000, e loro suonino a 800. Non capisco il perché io abbia avuto questa impressione… forse errata. Resta il fatto che è gente che sa il fatto proprio, che sa intrattenere, suonare, cantare, scrivere canzoni, stare su un palco. Il riscaldamento perfetto. Con gli Hell In The Club mi sembra davvero che si proceda con una marcia diversa. Picco soprattutto, il chitarrista, ha uno dei suoni migliori dell’intera serata, sopratutto in fase solista. Massicci, veterani, incazzati, divertiti e divertenti. Sono fighi. Anche il loro genere mi fa discretamente cag**e, ma quando una band è figa, non esiste distinzione tra generi musicali, ma solo tra musica buona e musica cattiva, e loro sono mooooolto fighi. Pezzi belli, musicisti preparati. Simone, bassista di Drakkar e di un nuovo progetto di prossima uscita che noi di Loud And Proud Italy vi sveleremo presto, vicino a me, armato dell’ennesima birra, mi dice: “questa è la serata dei batteristi fighi”. Ci penso… ha ragione. Un tris di batteristi davvero fenomenale: Giorgio, Mark, Marco… minchia. Il cantante che mi ha più divertito è stato in assoluto Paolo ”InJo”, quello che più mi ha emozionato Alessandro, quello che maggiormente mi ha fatto concentrare sulla musica è stato Dave. Abbiamo parlato delle influenze AOR degli Edge Of Forever, ma le band di apertura, per i pochi che non le conoscessero, a chi si rifanno? A chi posso accostarli (nonostante la loro straripante personalità) per far comprendere a coloro che sono digiuni di band hard rock nostrane, che cosa ci hanno sbattuto in faccia (che frase porno). Sarò io che sono in un determinato mood, ma io sento gli Skid Row ovunque stasera: nell’aria, nella birra… e io amo gli Skid Row. Sapete perché? Perché sono un vecchio di m***a. Piccolo/grande fatto. Pochissima gente questa sera, ma nonostante questo, diverse persone allo stand di Loud And Proud per comprare la maglietta del Fest. Ma quanto cazzo siete fighi? Davvero, quando penso che voi lo siate, mi stupite la volta successiva. Sempre più fighi. Grazie a tutti. Per il prossimo anno vi prometto un sacco di metal estremo, e tanta f**a per tutti! Votate Biffi! [Alberto Biffi]

09.09.2022

Terza serata all’insegna del folk metal. A aprire le danze salgono sul palco i Calico Jack che propongono il loro divertente pirate metal con uno spettacolo potente e coinvolgente. I pirati scaldano velocemente il pubblico con una scaletta breve ma intensa. Il sestetto ha un’ottima attitudine sul palco, e i trenta minuti dell’esibizione terminano velocemente fra balli e inni al grog (‘Grog Jolly Grog’ cantata a gran voce dal pubblico). Terminato lo show, i Calico Jack salutano il pubblico lasciando il posto ai Vexillum, veterani rispetto alla band che li ha preceduti ma con una carica e un’energia non inferiore. I nostri partono con ‘Son Of A Wolf’ e ‘When A Good man Goes To War’, estratte dal loro ultimo album omonimo ‘When A Good man Goes To War’, per poi saltare ai loro inizi con ‘Avalon’ tratta da ‘The Wandering Notes’, con il pubblico in sala che canta a gran voce il ritornello. Un veloce ritorno all’ultimo lavoro con ‘The tales of The Three Hawks’ per poi concludere l’esibizione con ‘The Marketsquare of Dooley’ dal secondo lavoro ‘The Bivouac’. Una breve e intensa esibizione che conferma la capacità della band di intrattenere con il loro power folk metal genuino. Un veloce cambio di palco e arriva l’esibizione dei Furor Gallico, un’altro pezzo del folk metal italico. La loro scaletta spazia in modo equilibrato fra i tre album della band, l’omonimo ‘Furor Gallico, ‘Songs From The Earth’ e ‘Dusk Of The Ages’, e il pubblico risponde con entusiasmo alla proposta della band. A duettare con Davide sale sul palco Paola dei Toliman, e l’alchimia dei due cantanti aumenta il coinvolgimento della performance. Anche per loro un tributo del pubblico che chiede a gran voce un bis della band, dimostrando il grande affetto dei fan per questa band. Il Legend è pieno quando arriva il momento per gli headliner di questa serata che sta regalando emozioni e ottima musica. Gli Elvenking fanno esplodere il pubblico sin dalle prime note di ‘Heathen Divine’, la band è in ottima forma e lo dimostra con una scaletta che varia fra gli album più recenti e quelli più vecchi, con una particolare menzione a ‘Heathenreel’ e ‘The Winter Wake’, di cui ricorre un importante anniversario (20 anni e 15 anni). L’esibizione si mantiene a un livello elevato, con tutti i membri della band che scherzano fra loro e con i presenti nei momenti di pausa fra una canzone e l’altra. Al termine dell’esibizone, dopo l’inno ‘Elvenlegion’ che i nostri dedicano a tutti i loro fan accorsi per la serata, gli Elvenking si concedono per un bis richiesto a gran voce e scelto dal pubblico fra le canzoni preferite della band: ‘Black Rose For The Wicked One’. La serata termina nel migliore dei modi, con tutte le band che si concedono nel merchandise per scambiare quattro parole con i loro fan, foto e anche un brindisi. [Matteo Boffadossi]

10.09.2010

Una festa. Non mancano le maschere, le irriverenze e nemmeno “dolcetto o scherzetto?”. Scenografiche le band dell’ultima serata del nostro Fest all’insegna del divertimento, quasi goliardico e di gusto territoriale parecchio radicato. Il pubblico è di quelli affezionati, non c’è dubbio, perché le band del bill o si amano oppure nemmeno si sono mai ascoltate. La partecipazione è vivace e ci si lascia coinvolgere, quasi come si fosse lì a cantar degli inni, un po’ in dialetto, gridati con furore, con quello spirito capace di rendere inscindibile la fanbase dalla band. Aprono i Ligera ’73, sulla scena milanese dal 2003, con un’attitudine punk anni ottanta un po’ sopra le righe, e il loro sound che fa crossover tra il rock duro, l’hard blues e la voglia di far casino nel sangue. Un ‘Roccheroll fuorilegge’ il loro in tutti i sensi. Bruno sa bene l’arte, e non la mette da parte, tanto da mischiarsi tra gli avventori, che pare più di essere in un centro sociale che al Legend, coerentemente con il loro stile espresso dalla efficace canzone manifesto ‘Non ci sto dentro più’. Mezz’ora di fuoco e fiamme che scorre bene nonostante i suoni degli strumenti fossero devastanti rispetto alla voce quasi impercettibile. Cala il sipario e cambia l’atmosfera, resa più funesta dai The Killerfreaks, bravissimi a mettere in scena una performance alla Rocky Horror Picture Show con una cura commovente. Ispirati ai The Misfits e a quel che ha insegnato il maestro Alice Cooper, son nati vent’anni fa in quel di Varese e portano coerentemente un sound horror metal contaminato dal punk, in chiaro stile americano. Il Legend riprende possesso della sua anima e si respira l’atmosfera di un film terrorizzante ma adatto anche ai più piccini che son presenti nel bel giardino del locale. Dalla prima demo son passati 17 anni e del 2017 è  l’album ‘A Load of Rott’n’Roll’. Sesso e Zombie son protagonisti delle loro canzoni ed è davvero un Freakshow con tutti i crismi e i trucchi, dalla suggestiva ambientazione marcatamente Halloween. I titoli in setlist lo dichiarano esplicitamente, tra groove veloci, divertenti, dal flavour ottantiano, in cui la parola d’ordine pare “Six Six Sex”. L’apertura con ‘My Name Is Jason’, ci getta tra le fiamme dell’inferno in cui domina la voce del frontman Mefisto, prontissimo poi a rimarcare il fatto quanto sia importante godere forte. ‘Vampire Suck’, ‘Horns up & Videotapes’ hanno dentro tutta la nostalgia per gli anni ‘80. Una mezz’ora di spettacolo inclusivo, suggestivo che, a prescindere dalla leggerezza fosca, porta un bel messaggio alle anime perse nei loro disagi: “alla fine siamo tutti quanti dei Killerfreaks and we are proud to be”. Si prepara Ul Mik con la sua banda forse dell’ortica che pare quasi un’istituzione. Col suo trash metal sporcato di hardcore alla milanese, il massacro è garantito. Al grido ‘Exorciccio’ ecco salire granitici sul palco i Longobardeath. Dal 1993 sono un’autentica tradizione milanese, o meglio, come gli piace definirsi, si son fatti il ‘Padulo Surfin passando da una festa della birra a qualunque pub della regione, oltreché dai peggiori bar de Milan. Tra una canzone e l’altra spicca il vero inno ‘Polenta Violenta’ e le immancabili filastrocche tradizionali. Setlist cabarettistica ma spacca ossa tra una ‘Bonarda Bastarda’, il chiodo fisso dichiarato da ‘W La Gnocca, Ma Niente Plastica’ e il mantra che “sarebbe meglio essere concisi che circoncisi” ad anticipare la straripante ‘All You Can Shit …Pirla!’ Una chiusura elettrizzante, commovente per la presenza dello storico batterista Ul Giurgin, che si arricchisce a loro dire di ulteriori “rotture di coglioni”, ossia due inediti conditi da un esilarante consiglio rivolto ai Ferragnez di abbandonare il ‘City Life’ di Milano per trasferirsi a Vergate Sul Membro. Longobardeath, a prescindere dalla goliardia, a tratti esagerata, suonano bene, sono degli artisti della musica e con la consolidata line-up, come sempre riescono a produrre live massicci e puntuali. Davvero applausi per questa band storica. I felsinei headliner Atroci non possono che buttar benzina sul fuoco vivace, il clima già è rovente, e il Legend carichissimo. Con loro si chiude la terza edizione del Loud and Proud Fest, densa di entusiasmo, grazie al calore sincero del pubblico, affluito con generosità. Gli Atroci sono esperti e sanno ammaestrare le folle e cavalcare il palco con destrezza, creando genuino divertimento fin dal 1995. Li sostiene l’orgoglio di aver vissuto la gloriosa partecipazione di Roberto “Freak” Antoni con le sue preziose spoken word sul loro omonimo primo album, durante la serata omaggiato con sentimento. Si son fatti paladini eccentrici di un metal demenziale, dipinti un po’ da Kiss, un po’ da Lordi, usando magistralmente la parodia dedicata alla scena metal come linguaggio espressivo e compositivo, caratterizzandolo con innumerevoli citazioni sia liriche che sonore dei brani più mainstream amati dal “metallaro medio”. Suonano i pezzi forti nella loro setlist riservando un’apertura fragorosa e liberatoria con ‘La Birra (Tanta)’ e ‘Rutti Mostruosi’, brani tratti dal loro ultimo ‘Metal Pussy’.’I Dieci Metallamenti’ col decimo fondamentale “non rompere i coglioni” fa da apripista a ‘I Guerrieri Del Metallo’ in sequenza con ‘Rivolta Metallara Totale’ che esaltano lo stereotipo borchiato puzzolente di birra e sudore, strafatto di musica e con pochissima predisposizione all’accoppiamento. Il Profeta sa bene come muoversi e incitare la sua gente, vestito di rosa con delle pelose manette in tinta a fare burlesque fino a rimanere in mutande. Non sono da meno i compagni Nano Merlino e Boia Malefico coi loro intermezzi, non mettono assolutamente in ombra le doti musicali del resto della band ma rimangono nel loro ruolo primario di far coreografiche e siparietti. Delle pietre miliari ‘Volevo Un taglio Semplice’ e “Peppino L’Usuraio’ riescono a scatenare una devastazione quanto la maideniana ‘La Vendetta Della Faraona’ e la potente chiusura alla Rammstein con ‘Pennellen’. E’ quasi rassicurante la minaccia del saluto finale “arrivederci presto, ma noi tutti ce lo auguriamo proprio perché anche voi ci fate schifo e ci piacete così“. Ma sarà poi tutto uno scherzo? No, perchè qui si può toccar con mano l’arte e la passione smodata che si riescono a realizzare anche in nome dell’assurdo: il merchandise con la birra personalizzata limited edition ovviamente denominata ‘Rutti Mostruosi’ ci fa dichiarare con ardore che “finchè c’è metallo c’è speranza per tutti”. [Silvia Mento]

LOUD AND PROUD FEST 2022 – Il report del festival @ Legend Club, Milano – 07 + 10.09.2022 – Loud and Proud