Bum Bum Ghigno, il vero antieroe Disney


Bum Bum Ghigno è un personaggio imprevedibile, su cui all’inizio non avrebbe scommesso nessuno. Nemmeno il suo creatore, Corrado Mastantuono, che nel 1997 lo fece esordire su Topolino quasi per gioco, senza un disegno preciso in testa. Oggi invece Bum Bum lascia sempre il segno. Domina la scena con il suo modo di fare lunatico che oscilla tra euforia e sfiducia, candore e cinismo, alacrità e indolenza. E ha uno stile tutto suo, che in certi casi stride tantissimo con quello degli altri fumetti pubblicati sul settimanale Disney.

È un papero incolto che si lascia trascinare dagli eventi, che soffre di continuo, che non si sente mai capito e che sa essere particolarmente sgradevole. Di mestiere fa l’imbianchino, ma professionalmente non vale granché. I pochi amici che ha li tratta male, ricorre spesso alla violenza e per di più mente come respira.

Tutti gli altri personaggi Disney hanno qualche difetto, ma all’apparenza Bum Bum Ghigno ha solo difetti. Anche quando si concede uno slancio di vitalità o quando si comporta da vero “eroe” tradisce una sfumatura negativa o malinconica che lo riporta subito con i piedi per terra alla grigia quotidianità da cui proviene. Perché in fondo i suoi difetti sono per la maggior parte debolezze, le stesse piccole fragilità con cui tutti noi facciamo i conti e che ci permettono di empatizzare con lui.

Anche se per certi aspetti gli somiglia parecchio, Bum Bum Ghigno è molto diverso da Paperino. Innanzitutto nel fisico, tozzo e deformato, che subito potrebbe far pensare a una macchietta e che invece crea un buffo cortocircuito con la sua variegata personalità. Paperino rimane il papero più sfortunato del mondo, ma perlomeno ha un aspetto gradevole. Bum Bum invece non si separa mai dalla sua tenuta da imbianchino (camicia a quadri, bretelloni fuori moda, calzoni sporchi di vernice) e i suoi dentoni sporgenti – insieme con le sopracciglia foltissime – non convincerebbero nessuno a paragonarlo a qualcosa di bello.

Un disegno celebrativo realizzato da Corrado Mastantuono per i 25 anni di Bum Bum Ghigno

Inoltre anche Bum Bum è sempre al verde e pieno di debiti, ma a differenza di Paperino non è disoccupato. Ha un lavoro più o meno stabile che tutto sommato non disprezza, ma che gli riserva solo crisi di nervi e lo costringe a reprimere la sua indole avventurosa. Probabilmente preferirebbe avere un conto aperto con Paperone e scortarlo in giro per il mondo, piuttosto che intonacare pareti da mattina a sera sentendosi schiavo di un impiego anonimo.

L’imbianchino della porta accanto

Con così tanta negatività, non c’è da stupirsi che Bum Bum Ghigno sia nato come villain usa e getta. La sua prima storia, Paperino e la macchina della conoscenza, doveva essere anche l’ultima, con lui che dava filo da torcere al protagonista, eccelleva con l’inganno in qualsiasi disciplina, veniva quindi scoperto, vuotava il sacco e infine si redimeva (anche se nel frattempo riusciva addirittura a minacciare di morte Paperino e Archimede). Mastantuono intuì che dietro quella scorza di opportunismo, presunzione e ingenuità, il personaggio celasse traumi dolorosi che provenivano da tutte le direzioni (famiglia, lavoro, interessi, routine) e nei 25 anni successivi non ha fatto altro che scavare sotto la sua psiche per portarli alla luce tutti quanti.

«Ho sempre pensato che Bum Bum esistesse ben prima che io ne scrivessi le disavventure», racconta Mastantuono a Fumettologica. «Sgomitando come un indemoniato, facendosi largo a spallate come chi ha sempre dovuto lottare per qualsiasi cosa, ha solo approfittato della mia penna per farsi conoscere e/o apprezzare dai lettori.»

Bum Bum è un caso disperato. A tal punto che tutti i suoi tentativi di vincere lo stress vanno in fumo o si risolvono in epiloghi incresciosi. Paperino e Bum Bum pasticcieri pasticcioni, che può essere considerata la storia di debutto del personaggio per come lo conosciamo, si apre con alcune vignette mute che stabiliscono il mood plumbeo e caotico in cui versa la sua vita: ramanzine sul lavoro, vigili urbani inflessibili, traffico dell’ora di punta, sacchetto della spesa rotto, operazione dentistica dolorosa. Paperopoli è una città nevrotica, fondata su gerarchie ferree contro cui lui lotta e perde, venendo espulso da una gara di pasticceria con l’accusa (peraltro infondata) di aver plagiato un suo superiore. Nel finale non c’è giustizia, solo rassegnazione.

Da “Paperino e Bum Bum pasticcieri pasticcioni”, testi e disegni di Mastantuono (1998)

L’amicizia con Paperino e Archimede lenisce solo superficialmente questo mal di vivere. Bum Bum li frequenta spesso per necessità, perché sa che a casa loro troverà sempre una parola di conforto, a prescindere dal suo caratteraccio. Ma tra di loro non c’è una vera intesa. La sola cosa che hanno in comune è una condizione d’inferiorità sociale: tutti e tre incarnano la tipica figura del loser che subisce passivamente l’agire degli altri, vuoi per scarsa iniziativa (Paperino), per eccessiva indulgenza (Archimede) o per ignoranza e goffaggine (Bum Bum). È solo tra i primi due che si instaura un legame paritario. Con l’entrata in gioco del terzo, la struttura del rapporto collassa e il racconto che vi si fonda può assumere pieghe inattese.

In Paperino e la macchina della conoscenza Bum Bum trafuga un’invenzione dal laboratorio di Archimede, raggiunto di nascosto attraverso un passaggio segreto che lo collega alla sua abitazione. Quindi è evidente che i due siano vicini di casa e si conoscano già da tempo. «Partendo da questo presupposto, scrissi Paperino e il tesoro della palude nera, dove per la prima volta il trio prese forma», prosegue Mastantuono. «I tre interagivano a meraviglia con i ruoli già perfettamente delineati: Paperino pigro e indolente, Bum Bum scheggia impazzita e Archimede assennato e metodico.» Con quest’ultimo che ne usciva rigenerato, dismettendo finalmente i panni dell’inventore-deus ex machina e brillando come personaggio autonomo.

Realismo magico

Bum Bum Ghigno è talmente poliedrico che si presta a recitare su tanti canovacci diversi rimanendo fedele a se stesso. Ci sono commedie demenziali in cui si comporta peggio di Paperoga ma risulta ugualmente credibile e umano (Paperino e il Bum Bum innamorato o Bum Bum ladro per caso). Ci sono storie, spesso avventurose, che mettono in evidenza le sue doti nascoste (Cowboy Bum Bum nella valle dell’oro nero, la parodia di Tex Bum, un ranger in azione, ma anche Baby sitter Bum Bum). C’è il filone che approfondisce il rapporto con i suoi due amici (e che occupa tutta la produzione più recente, da Bum Bum e l’androide perfetto a Paperino, Bum Bum e l’inventore maldestro). Ma i suoi fumetti migliori appartengono a una categoria molto diversa da tutte le altre, quella del “realismo magico”.

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Un aiutino. Da “Bum Bum e il faraone empio”, testi e disegni di Mastantuono (2001)

Se è vero che Bum Bum è un bugiardo, è altrettanto vero che di lui non ci si può mai fidare. Per vivere serenamente al suo fianco bisogna mettere costantemente in dubbio ciò che fa e ciò che dice. Ma non è così semplice, perché Bum Bum crede ciecamente alle proprie bugie. E quando la sua insincerità raggiunge livelli troppo alti per poter essere confutata finisce per contagiare l’intera struttura narrativa, che si trasforma in una fiaba stralunata in cui non è più possibile distinguere l’autenticità dalla finzione.

Il fascino di una storia come Bum Bum e il faraone empio, apparentemente molto semplice e senza pretese, si basa proprio su questa dinamica. È un racconto che prende le mosse da un evento già di per sé assurdo e molto buffo: Bum Bum deve fare ritorno alla scuola elementare per completare il proprio percorso di istruzione. Da qui prende il via una serie di gag surreali che si protrae per alcune tavole e che, malgrado il sottotesto grottesco, si focalizza su scene estremamente reali, comuni all’esperienza scolastica di chiunque.

Poi però la storia cambia rotta. Durante una gita formativa al museo egizio, Bum Bum si annoia e viaggia nel passato. Incontra un faraone cattivissimo (come da titolo) e gli permette di redimersi, facendo ritorno nel presente come se nulla fosse. Tenta quindi di convincere maestra e compagni di classe dell’accaduto, ma naturalmente è inutile: deve essersi immaginato tutto quanto. Eppure la Storia sembra aver risentito davvero del suo intervento, come si evince dalla conclusione.

Sogno o realtà, non fa differenza. Le tavole ambientate nell’antico Egitto assomigliano più a un set cinematografico, un non luogo, un parto della mente di Bum Bum, una via di fuga dai problemi di tutti i giorni. Non bisogna porsi troppe domande, perché in fondo non ci troviamo in un mind game da risolvere, ma nella radiografia di un cervello in crisi, resa ulteriormente credibile dalle altre parti della storia, dalla familiare quotidianità con cui il personaggio ha a che fare. Fantasia del passato e grigiore presente si fondono senza soluzione di continuità.

Questo discorso diventa ancora più estremo quando il punto di vista di Mastantuono coincide con quello di Bum Bum, che condivide esperienze di vita vissuta con i suoi due amici. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a storie tanto vere all’apparenza quanto assurde nei fatti (e viceversa), come Bum Bum e la leggenda del Ghigno de Oro. Il Nostro dice di essere stato una brillante promessa del calcio, ma un brutto giorno ha perso tutto il suo talento a causa di un bizzarro infortunio. Stavolta il confine tra bugia e verità si annulla nei disegni delle azioni di gioco, estremamente accurate e verosimili pur nel rispetto dell’impostazione umoristica.

Da “Bum Bum e la leggenda del Ghigno de Oro”, testi e disegni di Mastantuono (2010)

Merita di essere menzionata nella stessa categoria anche Bum Bum e lo scettro tribale, primo capitolo di un’ideale trilogia dove Bum Bum riceve l’aiuto di uno spirito ancestrale, la Maschera Tribale. Con i suoi anatemi a valenza negativa, tenta di far comprendere al papero valori come la sincerità (nella sua storia di debutto), l’anticonformismo (Paperino, Archimede e l’anonimo Bum Bum) e la solidarietà (Bum Bum e il salvadanaio prodigioso). Ci si muove sempre tra due opposti rischiosi: la complessità dei temi di fondo e la morale potenzialmente didascalica. Per fortuna a Mastantuono interessa poco il contenuto effettivo. Preferisce lavorare sul personaggio e sull’ambiente, abbandonandosi a un po’ di sano umorismo slapstick per valorizzare anche le trame più ripetitive. Il salvadanaio prodigioso, per esempio, non sarà certo un capolavoro del fumetto Disney, ma ci ha regalato uno dei finali più spiazzanti degli ultimi anni su Topolino, con una battuta demenziale totalmente fuori contesto al termine di una sequenza in cui esplodevano sia la casa di Bum Bum che il deposito di Paperone.

Un worldbuilding in divenire

Di Bum Bum Ghigno non bisogna prendere troppo sul serio neanche il microcosmo narrativo che gli orbita intorno. Tutti i personaggi che ne fanno parte, i leitmotiv, i temi e i luoghi che i lettori di Topolino hanno imparato a conoscere negli ultimi 25 anni si sono sviluppati in modo casuale tanto quanto il protagonista, e l’impressione è che non si siano ancora assestati del tutto. Lo dimostra perfettamente la Maschera Tribale, che in sole tre storie (pubblicate a distanza di 8 anni fra di loro) è stata utilizzata prima come strumento magico, poi come aiutante e infine come agente del caos, variando ogni volta design e registro linguistico. Eppure è sempre la stessa, perché in ogni nuova avventura Bum Bum ha memoria di quelle precedenti.

«Il mondo di Bum Bum ha preso forma lentamente, senza riunioni redazionali che ne definissero caratteristiche e inclinazioni», ricorda Mastantuono. «Una tessera dopo l’altra si sono aggiunti personaggi e dettagli, partendo quasi esclusivamente da esigenze legate alla singola storia.» Sono nate così figure peculiari come lo zio Temistocle (ex-agente di polizia), la cugina Mary-Jane (papera mozzafiato che ha fatto perdere la testa a Paperino e Archimede) e soprattutto il fratello minore Toddy Ghigno, furbo e iperattivo, che, quando non lavora come agente del governo sotto copertura, si dedica a traffici finanziari tutt’altro che leciti.

Bum Bum prova emozioni contrastanti nei suoi confronti. Vorrebbe sentirsi sicuro e affermato tanto quanto lui, ma disapprova le sue scelte di vita e ogni volta che glielo ricorda deve fare i conti con la voragine comunicativa che li separa. Toddy è un personaggio moralmente ambiguo, molto più di quanto non lo sia il fratello, perché a differenza sua mente per lavoro, non per abitudine o disperazione. Capita addirittura che le sue bugie ledano i sentimenti del Nostro, che si ritrova a mettere in dubbio l’autenticità del loro rapporto, incerto se dare più importanza al fatto che sia un truffatore o un suo parente stretto.

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Da “Paperino, Bum Bum e il fratello manipolatore”, testi e disegni di Mastantuono (2022)

Anche e forse soprattutto per questo Bum Bum ha pochissime certezze. Nei frangenti difficili si rifugia nel succo di tamarindo, una bevanda zuccherosa che placa le sue nevrosi e azzera del tutto la sua volontà. Mastantuono ovviamente ci gira intorno, costruendoci decine e decine di gag una più sfiziosa dell’altra, che non affrontano di petto la questione. Ma è evidente ormai che il personaggio abbia sviluppato una dipendenza vera e propria da cui non può più uscire. Gli amici hanno rinunciato a scuoterlo, non gli fanno nessuna morale perché in fondo sanno di non essere migliori di lui. Il solo aiuto che possono offrirgli (e che pure serve a poco) è il rispetto della sua diversità.

«Bum Bum è un personaggio moderno, tutto è eccessivo in lui» chiosa Mastantuono. «Può passare dalla rabbia più sconsiderata a gesti di un altruismo struggente, essere sgradevole fino al fastidio e adorabile da stropicciarlo di baci.» Esiste da un quarto di secolo, ma la sua prima apparizione al di fuori di Topolino risale al 2019, quando lui e la sua abitazione furono inclusi nel “plastico di Paperopoli” pubblicato da Centauria. Per il suo creatore fu «un indicibile onore vedere per la prima volta il personaggio accolto in maniera ufficiale».

Nelle storie di Bum Bum Ghigno c’è spazio anche per un piccolo inside joke legato a un numero ricorrente, il 21, che per Mastantuono ha un valore particolare: «Quando avevo 14 anni, in un’edicola di quartiere mi imbattei per la prima volta ne L’Uomo Ragno dell’Editoriale Corno. Il numero era il 114 (i disegni, di John Romita Sr.) e ne rimasi folgorato. Da quel momento cercai a ritroso i numeri mancanti e, grazie a bancarelle e rivendite di fumetti usati, li recuperai tutti… tranne il 21! Per molto tempo potei vantare la collezione completa orfana proprio di quel numero, oggetto del desiderio del Corradino quattordicenne. Quando ormai avevo perso le speranze lo trovai in un negozio vicino a San Pietro e fui il ragazzino più felice del mondo. Da quel giorno decisi che il numero 21 rappresentava la svolta e nuovi incoraggianti orizzonti».

Mastantuono lo aggiunge di tanto in tanto, a volte nei dialoghi, a volte sullo sfondo, rimanendo nascosto o preferendo essere esplicito. Nessun personaggio sembra farci caso. La narrazione passa oltre, non vi si sofferma nemmeno. È un dettaglio insignificante, ma che dà l’idea della passione profonda, quasi inconscia, che il fumettista romano nutre ormai per la sua creatura. Un papero nato per caso che con il tempo è diventato un adorabile antieroe urbano, una perfetta via di mezzo tra Fantozzi e Cerebus.

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