Case stregate nella letteratura: un tòpos antico da “far paura”

“C’era ad Atene una casa ampia e spaziosa, ma maledetta e mortifera. Nel silenzio della notte si sentiva un suono di ferraglia e, se si ascoltava con maggior attenzione, uno strepito di catene dapprima più lontano, poi vicinissimo: quindi appariva un fantasma […]. La casa rimase dunque abbandonata e condannata alla solitudine e lasciata tutta a quella creatura mostruosa; tuttavia veniva offerta al pubblico, sia che qualcuno, ignaro di un problema così grave, volesse comprarla, sia che volesse affittarla“.

Nel leggere questo brano, potremmo pensare di trovarci davanti a un autore di qualche secolo fa, magari dell’Ottocento, che ha saputo sintetizzare in poche righe i tratti delle storie più recenti sulle case stregate. Invece, il testo compare in una lettera di Plinio il Giovane (61-114 d.C.) a Licinio Sura, contenuta nel suo Epistolario (Rizzoli, traduzione di Luigi Rusco).

Un’efficace dimostrazione del fatto che il tòpos letterario delle case stregate, quantomeno nella letteratura occidentale, è più antico di quanto potremmo pensare, e fa già la sua comparsa nei poemi epici di Omero (VIII-VII a.C) e di Virgilio (70-19 a.C.), per poi riaffermarsi soprattutto nel Medioevo e diventare iconico qualche secolo dopo, all’interno del Macbeth di William Shakespeare (1564-1616).

È nel castello di Inverness, infatti, che Macbeth, durante un banchetto, vede il fantasma dell’amico Banquo, che aveva fatto uccidere la notte precedente dai suoi sicari, per scongiurare la possibilità di vederlo diventare re al suo posto.

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Un’allucinazione? La manifestazione di un disagio interiore? Una visione soprannaturale? Sono tutte ipotesi lecite, che da intere generazioni si pongono lettori e lettrici di ogni età di fronte a romanzi nei quali sono presenti delle case stregate: vediamo quindi quali sono alcuni fra i più celebri in questa rassegna, che non ha la pretesa di essere esaustiva e i cui titoli sono presentati in ordine di pubblicazione, a partire dalla nascita del romanzo moderno fino ad arrivare ai nostri giorni…

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Dalla Spagna all’Italia…

“- Ti giuro mio padrone che quella è un’osteria, non ci sono né fantasmi né uomini incantati ma persone in carne ed ossa come siamo noi, come sono tutti.
– Sancio mio caro, io mi confermo nell’opinione che quel castello fosse certamente incantato perché quelli non potevano essere altri che fantasmi o gente dell’altro mondo. Gli incantatori sono invisibili”.

Copertina del libro Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Nella prima parte del Don Chisciotte della Mancia (qui citato nell’edizione Einaudi, traduzione di Vittorio Bodini) di Miguel de Cervantes (1546-1616), è addirittura un’osteria a trasformarsi per l’ingegnoso idalgo spagnolo in una casa stregata, dal momento che nella sua immaginazione la taverna è un sontuoso maniero, e a frequentarla non sono avventori e proprietari, bensì veri e propri spettri.

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Una testimonianza che apre la strada a tutta la narrativa di epoca moderna e contemporanea, anche se naturalmente i generi letterari si differenzieranno, portando il tòpos delle case stregate ad arricchire libri gialli, libri umoristici o romanzi gotici, arrivando in tempi più recenti perfino nei libri horror.

Copertina del libro Il castello di Otranto di Horace Walpole, uno dei primi esempi di romanzi moderni con case stregate

 

Un primo passo in questa direzione lo compie alla fine del Settecento Horace Walpole (1717-1797), che con il Il castello di Otranto (Newton Compton, traduzione di Mario Prayer) ci trasporta nell’Italia del Sud del XIII secolo, inaugurando una nuova stagione fatta di presenze inquietanti e di incubi collettivi.

Da lui per decenni prenderanno spunto penne del calibro di Clara Reeve (1729-1807), William Beckford (1760-1844), Matthew Lewis (1775-1818), Charles Robert Maturin (1782-1824) e John William Polidori (1795-1821), nonché la stessa Ann Radcliffe (1764-1823) per i suoi I misteri di Udolpho (Rizzoli, a cura di Viola Papetti) e Romanzo siciliano (Beat, traduzione di Rita Bernini).

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…e dall’Inghilterra agli Stati Uniti

Nel corso dell’Ottocento, quando il gusto crepuscolare si evolve in un interesse più solido e diffuso per il mistero, per le trame ricche di ambiguità e per tutti quegli elementi che sfuggono alle spiegazioni della ragione, la presenza delle case stregate in letteratura diventa un elemento ricorrente, consentendo specialmente in territorio inglese e americano di sperimentare quante più possibili variazioni sul tema.

Non è un caso, quindi, che ci si imbatta in romanzi in cui i tratti gotici sono solo accennati, ma nei quali il tòpos in questione fa comunque capolino: un primo esempio è rappresentato da L’Abbazia di Northanger (Garzanti, traduzione di Teresa Pintacuda) di Jane Austen (1775-1817), pubblicato per la prima volta nel 1818 e in cui viene presentata una parodia del genere sentimentale e al tempo stesso proprio del gotico, all’interno di una vasta abbazia che porta l’antieroina Catherine a convincersi di essere testimone di strani e oscuri episodi.

Sono figli di questa sensibilità anche Jane Eyre (Garzanti, traduzione di Ugo Dettore) e Cime tempestose (Garzanti, traduzione di Rosina Binetti), rispettivamente di Charlotte Brontë (1816-1855) e di Emily Brontë (1818-1848), entrambi dati alle stampe nel 1847. Due opere contraddistinte da una brumosa ambientazione di campagna, nelle quali Thornfield Hall e Wuthering Heights sono ancora una volta delle case stregate a tutti gli effetti, in cui fantasmi di personaggi deceduti, voci notturne, urla e pianti costituiscono di fatto uno dei motori dell’azione.

Copertina del libro Racconti del mistero, fantastici e grotteschi di Edgar Allan Poe, dove sono presenti alcune storie di case stregate

Iniziatore di una tendenza diversa, nel 1839, è invece l’autore americano Edgar Allan Poe (1809-1849), che con il racconto La caduta della casa degli Usher (contenuto nella raccolta Racconti del mistero, fantastici e grotteschi, Garzanti, traduzione di Gabriele Baldini e Luciana Pozzi) ci trasporta in un’atmosfera orrorifica e arabesca, fra rumori, segreti di famiglia e circostanze enigmatiche capaci di tenere fino alla fine con il fiato sospeso.

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A lui si ispirano, nei decenni successivi, letterati come Nathaniel Hawthorne (1804-1864) con il suo La casa dei sette abbaini (il Saggiatore, traduzione di Mario Manzari) del 1851 e Charles Dickens (1812-1860), che dal canto suo nel 1859 dà vita a una serie a capitoli chiamata La casa dei fantasmi (Leone Editore, traduzione di Andrea Cariello), per presentare otto storie di altrettanti scrittori collegate da un’unica cornice: un gruppo di amici decide di trascorrere il Natale in una casa stregata, e ogni notte viene a fare visita a uno di loro il fantasma che occupava la camera in passato.

Copertina del libro Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde, esempio di libro che riprende il topos delle case stregate

Non dimentichiamo poi L’albergo stregato (Newton Compton, traduzione di Umberto Ledda) di William Wilkie Collins (1824-1889) del 1878, in cui la suspense del mistero si intreccia con i colpi di scena di un romanzo giallo, e Il fantasma di Canterville (Garzanti, traduzione di Albertine Cerutti) di Oscar Wilde (1854-1900) apparso nove anni dopo, nel quale le peculiarità del fantastico sono invece accostate ad altre più umoristiche.

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Negli ultimi anni del XIX secolo, infine, arrivano in libreria Il giro di vite (Garzanti, traduzione di Elio Maraone) di Henry James (1843-1916), considerato un tentativo geniale di mescolare confusione e curiosità, protagonisti e antagonisti, bambini e fantasmi, e soprattutto l’opera Angeline ovvero la casa infestata di Émile Zola (1840-1902), una novella atipica nella produzione del naturalista francese.

Copertina del libro Il giro di vite di Henry James, un romanzo ambientato in una delle case stregate più famose della letteratura

La vicenda, infatti, si svolge nella periferia parigina e vede il narratore informarsi con una vecchia locandiera sulla Sauvagerie, una casa stregata dei dintorni che pare ospiti ancora il fantasma di una bambina di nome Angeline, uccisa dalla matrigna in un raptus di gelosia per via del suo rapporto affettuoso con il padre, anche se la storia in realtà si scoprirà differente da come sembra

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Le case stregate nel Novecento

Come già si può osservare considerando i testi appena citati, l’avvento del Novecento segna una svolta significativa nelle preferenze di scrittrici e scrittori, che se a lungo hanno dedicato la loro attenzione a fortezze infestate e a funeste case nobiliari, prendendo spunto da leggende del folklore locale e ideando fantasmi in grado di spaventare intere comunità, ora vanno gradualmente alla ricerca di nuovi stimoli.

Così, nella prima metà del secolo fanno la loro comparsa libri che per nucleo e struttura risentono ancora di un approccio più ottocentesco, quali La casa sull’abisso (Edizioni Clandestine, traduzione di Andrea Montemagni) di William Hope Hodgson (1877-1918) nel 1908, Il fantasma dell’Opera (Newton Compton, traduzione di Maurizio Grasso) di Gaston Leroux (1868-1927) nel 1909 (in cui la casa stregata è in realtà un teatro) e Rebecca la prima moglie (il Saggiatore, traduzione di Marina Morpurgo) di Daphne du Maurier (1907-1989) nel 1938, che riprende alcune dinamiche già presenti in Jane Eyre.

Copertina del libro Rebecca la prima moglie di Daphne du Maurier, un romanzo in cui compare il topos delle case stregate

Eppure, contemporaneamente, arrivano in libreria il giallo Dieci piccoli indiani (Mondadori, traduzione di Lorenzo Flabbi) di Agatha Christie (1890-1976) nel 1939 e, undici anni dopo, Figure nel salotto (Adelphi, traduzione di Ilide Carmignani) di Norah Lange (1905-1972), in cui iniziamo a notare una tendenza più pioneristica. I protagonisti sono per lo più borghesi, persone semplici e senza particolari casate o storie familiari alle spalle, che non entrano in contatto con presenze dalle sfumature sovrannaturali per via di antiche maledizioni.

Piuttosto, la loro esperienza è legata a drammi privati e a scelte travagliate, a una dimensione più intima e più da thriller, nella quale chiunque può ritrovarsi vittima di un incontro sgradevole perfino nei luoghi più tranquilli, dovendo far luce dentro di sé per liberarsi da certe presenze invisibili e per provare a ristabilire l’ordine naturale delle cose, con risultati a volte vani.

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Si tratta, insomma, di due strade parallele – l’una è orientata verso una dimensione più tradizionale e diroccata, in cui abbondano le profezie e le possessioni destinate comunque a risolversi, mentre l’altra va nella direzione di un setting più quotidiano, realistico, suggestionato dai drammi sociali più recenti e non sempre a lieto fine.

E se, per entrambe le alternative, abbiamo già nominato alcuni esponenti di rilievo, due sono al contrario le figure che dimostrano nello stesso periodo di saper mescolare in maniera magistrale la prima e la seconda propensione.

Copertina del libro Tutti i romanzi e raccconti di Lovecraft, in cui sono contenute varie storie con case stregate

Parliamo di Shirley Jackson (1916-1965), di cui è impossibile non citare L’incubo di Hill House (Adelphi, traduzione di Monica Pareschi) del 1959 e Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi, traduzione di Monica Pareschi) del 1962, e di Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), che di case stregate si occupa in racconti dal titolo eloquente come La casa stregata e I ratti nei muri (contenuti nel volume Tutti i romanzi e i racconti, Newton Compton, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco).

Nelle loro opere le case stregate mantengono un’aura di antica solennità, spesso inspiegabile a parole e difficile da comprendere fino in fondo, anche se allo stesso tempo i loro personaggi sono segnati da esperienze e opinioni tipicamente novecentesche, che pur con le dovute differenze li portano a confrontarsi con paure scatenate dal loro mondo interiore.

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Dopodiché, nella seconda metà del XX secolo, le contaminazioni si susseguono e si accavallano in misura sempre maggiore, portando le case stregate al centro di narrazioni via via più diversificate. Nel 1977, non per niente, il re dell’horror Stephen King dà alle stampe Shining (Bompiani, traduzione di Adriana Dell’Orto), in cui un albergo infestato riprende certe atmosfere di Plinio il Giovane ispirandosi, intanto, a Shirley Jackson e a tematiche cruciali dell’epoca in cui vive l’autore.

Copertina del libro Shining di Stephen King, un esempio di romanzi del Novecento dedicati alle case stregate

Nel 1982, la scrittrice di origine cilena Isabel Allende pubblica poi La casa degli spiriti (Feltrinelli, traduzione di Angelo Morino e di Sonia Piloto Di Castri), un caso editoriale di portata internazionale nel quale sono addirittura il realismo magico e la denuncia politica a ruotare intorno a una casa stregata, per così dire, dove vive cioè una giovane di nome Clara che il vicinato ritiene posseduta dal demonio.

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Le case stregate nella narrativa contemporanea

Quanto ai primi vent’anni del XXI secolo, il panorama editoriale dedicato alle case stregate è diventato inevitabilmente più vasto e complesso.

Ed ecco perché ci offre trovate labirintiche e sperimentali come Casa di foglie (66thand2nd, traduzione di Sara Reggiani e di Leonardo Taiuti) di Mark Z. Danielewski – che mira a indagare su vari livelli il mistero di una casa sempre più grande e oscura al suo interno – e altre dai richiami epici e vampireschi come Ritornati dalla polvere (Mondadori, traduzione di Giuseppe Lippi) di Ray Bradbury (1920-2012), senza dimenticare l’horror-fantasy per ragazzi Coraline (Mondadori, traduzione di Maurizio Bartocci) di Neil Gaiman, che è da poco tornato in auge grazie a TikTok.

Copertina del libro Agatha Raisin. La casa infestata di M.C. Beaton, recente romanzo che riprende il tema delle case stregate

Non mancano nemmeno omaggi a generi più tradizionali e collaudati, fra cui La casa infestata (astoria, traduzione di Marina Morpurgo) di M.C. Beaton (1936-2019), nel quale la famosa agente Agatha Raisin partecipa alla caccia a un fantasma nel cottage di un’anziana signora, e Le sette morti di Evelyn Hardcastle (Neri Pozza, traduzione di Federica Oddera) di Stuart Turton, incentrato invece sul nefasto invito a un ballo in una residenza di campagna.

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In questi anni, poi, è evidente la tendenza a rifarsi al tòpos classico delle case stregate, inserendo però dei dettagli fuori dal comune, originali e spiazzanti: pensiamo a Piranesi (Fazi, traduzione di Donatella Rizzati) di Susanna Clarke, nel quale le minacce di una casa semiabbandonata hanno echi mitologici e thriller insieme, o a L’altra casa (Einaudi Stile Libero) di Simona Vinci, in cui una villa alle porte di Bologna stringe in una morsa il gruppo di protagonisti, forzandoli a rivedere il loro concetto di tempo.

Copertina del libro L'altra casa di Simona Vinci, romanzo contemporaneo che recupera il tema delle case stregate

Per non parlare di ricostruzioni storiche come La casa infestata di Place du Lion d’Or (ABEditore) di Fabio Camilletti, che torna a episodi mai spiegati dei secoli scorsi per riscoprirne in una nuova luce i fenomeni paranormali, e di tentativi di rompere gli schemi, proiettando in contesti ipercontemporanei l’inquietudine minacciosa delle case stregate.

Copertina del libro Il giro di chiave di Ruth Ware, esempio di romanzi contemporanei con case stregate

Due su tutti sono gli esempi che menzioniamo al riguardo, in attesa di scoprire quali saranno i nuovi romanzi sulle case stregate disponibili nei prossimi anni in libreria: Il giro di chiave (Corbaccio, traduzione di Valeria Galassi) di Ruth Ware, nel quale una casa con un impianto di sorveglianza sempre attivo nasconde inspiegabilmente alcuni fatti sinistri, e – ultimo, ma non per importanza – Horrorstör (Mondadori, traduzione di Rosa Prencipe) di Grady Hendrix, ambientato non in una casa bensì in un superstore di mobili scandinavi, i cui dipendenti una notte devono tuttavia fare i conti con il suo lato più sinistro

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