La memeguerra dawkinsiana tra la Russia e l’Ucraina

«Qualcuno sta completando un nuovo razzo per andare sulla Luna nel 2024. Qualcun altro è invece impegnato a livellare intere città solo per riportare nelle loro rovine inanimate busti di Lenin. E questi ultimi sono infuriati dal fatto che preferiamo loro chi vuole camminare sulla Luna». Così Illia Ponomarenko, giornalista donbasiano del “The Kyiv Independent”, riassume in un tweet la causa suprema della terribile “memeguerra” scatenata dal criminale Putin.

Si tratta infatti di una vero e proprio conflitto di meme, dove con tale termine non si intendono le immagini ironiche che affollano il web bensì – nella definizione che ne diede Richard Dawkins nel 1976 – gli elementi culturali che si propagano per imitazione in un gruppo umano.

Non è quindi un caso che Ponomarenko abbia sottolineato proprio ieri, nel giorno in cui si festeggia il meme dell’indipendenza del suo Paese dall’Urss, quali di questi meme si diffondano nella società ucraina in modo naturale e quali debbano essere imposti a cannonate. Mosca d’altronde neanche prova a contrapporre Jurij Gagarin a Neil Armstrong, perché Kyiv non deve rimanere al suo fianco con la promessa di progresso bensì perché il posto naturale della Terra dei Girasoli è quello di essere una malorossiya (“piccola Russia”) sottomessa alla rus’ moscovita, almeno secondo i meme nazionalistici coltivati dall’Operazione Z.

Un antico possedimento da domare con le buone, come la fornitura di gas a prezzi calmierati, o con le cattive, di cui abbiamo avuto un assaggio nel 2014 e piena dimostrazione dal febbraio di quest’anno. In questo attrito di meme gli ucraini diventano – per i russi – dei selvaggi e nazionalisti “khokhol (o “hohol”), trasformando l’iconico ciuffo degli antichi cosacchi in un simbolo di arretratezza, mentre gli stessi russi sono definiti dai giallazzurri come dei lerci e boccaloni “vatnik” ridicolizzando così la caratteristica giubba dei soldati della cosiddetta “Grande guerra patriottica” che tanto celebrano. Gli orgogli dei rispettivi schieramenti diventano quindi la piaga dove inserire il coltello, in una disistima totale e sistematica di quella che un tempo sarebbe stata definita la weltanschauung (“visione del mondo”) dell’avversario.

In un clima del genere è inevitabile la rimozione dei monumenti sovietici da parte ucraina, in quanto estremo gesto per garantire la sopravvivenza del loro Stato, come la corsa uguale e contraria dei vatnik a reinstallare falci e martelli ovunque riescano. Queste iniziative di de-sovietizzazione, in corso anche nelle repubbliche baltiche, non devono però essere scambiate per russofobia quando sono invece gli stessi russi a ridurre il loro orizzonte memetico a una sola porzione limitata della propria storia. La glorificazione della Seconda Guerra Mondiale e del sovietismo, indotta coscientemente dai siloviki, ha creato un vero e proprio culto dei morti dal sapore neolitico dove l’esempio dei supposti titani dell’antichità è funzionale a raccogliere l’intera società russa sotto l’ala del regime.

In questo conflitto culturale si è però sviluppata un’anomalia spontanea chiamata “Nafo”. Sotto questa sigla, chiara parodia della Nato, si unisce un gruppo di utenti di Twitter chiamati fella (“compari”, nonché la F dell’acronimo) dotato ognuno di un avatar dalle fattezze di cane shiba antropomorfo. I fella sono degli sconosciuti uniti però dal supporto all’Ucraina, che combattono la disinformazione russa sul web soprattutto con l’arma dell’ironia.

Delle persone, insomma, che si fanno meme per sconfiggere i meme della propaganda del Cremlino con meme ironici: è anche questa la guerra nel XXI secolo.

 

di Camillo Bosco

 

 

La memeguerra dawkinsiana tra la Russia e l’Ucraina – La Ragione